9 ottobre, 55 anni fa il disastro del Vajont

Il 9 ottobre del 1963 un'enorme frana si staccava dal Monte Toc, sulle Prealpi bellunesi, precipitando nel bacino artificiale del Vajont, appena costruito. L'enorme onda scavalcò la diga, una delle più alte del mondo, devastando ogni cosa nella Valle del Piave: ci furono quasi duemila morti.

Lorenzo Pasqualini Lorenzo Pasqualini 09 Ott 2018 - 01:11 UTC
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Il 9 ottobre del 1963 una enorme frana si staccò dal Monte Toc (destra nella foto) precipitando nel lago artificiale appena formatosi. (fonte: Wikimedia Commons. Veneto).

La sera del 9 ottobre 1963, 55 anni fa, la Valle del Piave veniva colpita da una delle peggiori catastrofi della storia recente d’Italia. Una enorme frana staccatasi dal Monte Toc, sulle Prealpi bellunesi al confine fra il Friuli-Venezia Giulia ed il Veneto, sprofondava nella valle del Vajont. Nei mesi precedenti una enorme diga, ancora oggi una delle più alte del mondo, era stata costruita per creare un lago artificiale che avrebbe permesso di generare energia elettrica.

L'enorme frana, con un volume mostruoso di circa 270 milioni di metri cubi, precipitò nell'invaso artificiale generando un'enorme onda. L’ondata di acqua generata dalla frana si riversò nella Valle del Piave portando morte e distruzione. Il paese di Longarone, situato allo sbocco della valle del Vajont, sotto l’enorme diga realizzata negli anni precedenti, venne cancellato completamente dalla furia delle acque. Rimasero solo fango e detriti. Il bilancio della catastrofe fu tremendo: circa duemila morti.

La frana del Monte Toc

Cosa era successo? L’enorme paleofrana scoperta negli anni precedenti dal geologo Edoardo Semenza, rimasto purtroppo inascoltato, si era staccata. Una massa franosa di 270 milioni di metri cubi era precipitata in poche decine di secondi nell’invaso artificiale, sollevando un’onda enorme. La diga rimase intatta, ma l'enorme onda cancellò ogni cosa che si trovava a valle.

L’impatto dell’enorme ondata sulla valle, situata alcune centinaia di metri più in basso, fu tale da creare una scossa sismica che venne registrata da diversi sismografi. A Longarone, che si trovava proprio allo sbocco della stretta valle del Vajont, non rimase niente in piedi, tutto fu spazzato via. 1450 persone morirono nel paese. Altre centinaia morirono a Codissago e Castellavazzo, sempre sulla Valle del Piave.

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La frana del Monte Toc riempie quello che era il bacino del Vajont sollevando un'enorme onda.

Anche Erto e Casso, i paesi montani situati nella Valle del Vajont sul versante opposto a quello franato, furono colpiti. Enormi spruzzi d’acqua scoperchiarono case e fecero danni, anche se non comparabili con la distruzione avvenuta più a valle, e ci furono anche qui vittime e feriti.

Così raccontò agli italiani cosa era successo Dino Buzzati, il grande scrittore che a quel tempo scriveva per il Corriere della Sera: “un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi".

Edoardo Semenza, il geologo inascoltato

Non si trattò di fatalità. A staccarsi dal Monte Toc era stata una enorme frana preistorica, cioè già attiva migliaia di anni prima e poi stabilizzatasi. La vegetazione e l’erosione l’avevano “camuffata” facendola sembrare parte del versante della montagna. L'erosione del torrente Vajont l'aveva nuovamente resa instabile, e la creazione del lago artificiale aveva accelerato questo processo, fino al tremendo epilogo del 9 ottobre 1963. Il geologo Edoardo Semenza, dopo una serie di rilevamenti sul campo e studi approfonditi, aveva scoperto la pericolosità di quella frana, ma rimase inascoltato.

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La cicatrice lasciata sul Monte Toc dalla frana del Vajont (giugno 2010, foto di Lorenzo Pasqualini).

Il disastro del Vajont ha costituito un punto di svolta. Dopo quell’evento catastrofico ci si rese conto che per prevenire disastri naturali bisognava sempre effettuare studi geologici molto approfonditi prima di iniziare qualsiasi opera ingegneristica. Per costruire bene in sostanza, non bastava realizzare opere di alto livello (la diga, del resto, lo era: dopo 60 anni è ancora lì) ma bisognava studiare dettagliatamente il contesto geologico, la natura geologica del territorio.

Oggi qualsiasi nuova opera, per legge, deve essere accompagnata da una relazione geologica e geotecnica, ancora prima del progetto ingegneristico. Del resto fu proprio negli anni '60, dopo il Vajont, che nacque la geologia applicata all'ingegneria.

Dopo 55 anni però, l'importanza della geologia nella prevenzione dei disastri viene presa ancora troppo poco in considerazione.

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