Aria pulita entro il 2030? I dati più recenti dicono che c’è ancora molto da fare e il 2026 sarà un anno chiave

Negli ultimi vent’anni la qualità dell’aria nelle città europee è migliorata, ma non abbastanza da eliminare i rischi per la salute. Il 2026 segna una data di scadenza importante per le politiche ambientali, anche in Italia

Secondo il rapporto aggiornato a fine anno dell’EEA (European Environment Angency) la qualità dell’aria in Europa è migliorata sensibilmente negli ultimi due decenni. Politiche ambientali e tecnologie amiche dell'ambiente hanno portato anche a una minore incidenza di malattie causate dall’inquinamento atmosferico, con una conseguente riduzione di circa un terzo delle spese mediche.

La scarsa qualità dell’aria costituisce comunque ancora il principale rischio per la salute, a causa di malattie cardiovascolari e respiratorie, con una spesa sanitaria per l’UE che si aggira sui 400 miliardi di euro all’anno.

Il 2026 è l'anno in cui le nuove direttive europee sull’ambiente devono essere recepite dai singoli stati, con l’obiettivo di un’Europa più green entro il 2030.

Il rapporto EEA, tra buone notizie e criticità

Secondo l’analisi dell’EEA ci sono alcune buone notizie per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria nelle città europee.

Gli standard sono quasi sempre rispettati per quanto riguarda inquinanti come cadmio, benzene, biossido di zolfo, monossido di carbonio, piombo, arsenico e nichel.

Al contrario, ozono e particolato superano i livelli imposti dall’UE e anche la soglia consigliata dall’OMS. I picchi, com’è prevedibile, si concentrano nelle città, nelle aree industriali e in quelle portuali.

Proprio il trasporto marittimo si è rivelato tra i più problematici, con un aumento delle emissioni e una previsione negativa per gli anni futuri: entro il 2030 l’inquinamento causato dalle navi potrebbe essere maggiore di quello causato dal traffico stradale, con un danno significativo per il mare e per le città costiere.

Non va meglio per il settore dell’aviazione, con un aumento notevole dell’inquinamento causato dagli aerei negli ultimi tre decenni.

Qualità dell’aria in Italia: i buoni propositi per il 2026

Il 2026 è l’anno in cui l’Italia, come tutti gli stati dell’UE, dovrà recepire la direttiva del 2024 con misure strutturali, un monitoraggio più attento negli hotspot (le aree a più alto tasso di inquinamento) e piani di rientro obbligatori per ottenere una riduzione ulteriore dei livelli di particolato, biossido d'azoto e ozono nell’aria.

Europa politiche ambientali
Le aree portuali delle grandi città risultano tra le più inquinate d'Europa

In concreto le Regioni italiane dovranno aggiornare i piani regionali per la qualità dell’aria, ad esempio individuando le aree più critiche e mappare gli hotspot come le maggiori aree portuali, la Pianura Padana, i grandi assi stradali e i quartieri dove si fa maggiore uso di vecchi impianti di riscaldamento.

Sono in arrivo anche restrizioni all’uso di veicoli particolarmente inquinanti come i diesel di vecchia generazione, incentivi per l’efficientamento energetico e maggiori strumenti a disposizione dei cittadini per eventuali ricorsi.

Singole persone o associazioni ambientaliste, infatti, possono denunciare enti o imprese in caso di esposizione prolungata agli inquinanti oltre i limiti legali.

La situazione nelle maggiori città italiane

Com'è prevedibile, anche in Italia le grandi città sono considerate hotspot critici.

A Napoli l’inquinamento proveniente dal traffico urbano si somma a quello dell’area portuale. Proprio il porto di Napoli viene spesso citato come esempio di inquinamento legato alle attività marittime nel rapporto dell’EEA, insieme a quelli di Algeciras in Spagna e Marsiglia in Francia.

A Milano la quantità di particolato fine è diminuita nel corso del tempo, ma il risultato previsto per il 2030 è un obiettivo ancora lontano. Lo stesso vale per la Pianura Padana, dove le emissioni provenienti da traffico, industria e riscaldamento domestico sono ancora pericolosamente alte.

La qualità dell’aria di Roma è deteriorata soprattutto a causa del traffico di veicoli, con livelli ancora troppo alti di biossido d’azoto, nonostante la diminuzione che si è osservata negli ultimi anni.