Il disastro in Nepal ricorda il Vajont: 63 anni fa una gigantesca frana provocò una catastrofe sulle Alpi italiane

La catastrofe in Nepal ha ricordato a molti quanto accadde 63 anni fa sulle Alpi italiane, a seguito del distacco di una mega-frana proprio sopra un bacino idrico artificiale. L'onda di acqua e detriti devastò interi centri abitati, e morirono quasi duemila persone.

Ancora oggi, 63 anni dopo, sul Monte Toc (Alpi italiane) è ben visibile la cicatrice dell'enorme frana che causò l'onda di piena.
Ancora oggi, 63 anni dopo, sul Monte Toc (Alpi italiane) è ben visibile la cicatrice dell'enorme frana che causò l'onda di piena.

Il 26 agosto del 2026 il Nepal è stato sconvolto da una catastrofe che ha lasciato centinaia di vittime (bilancio ancora provvisorio) e gravissimi danni. Il collasso di un ghiacciaio d'alta quota ha generato una frana che ha poi scatenato una devastante alluvione lampo, con un'onda di acqua e detriti che ha travolto tutto a valle, percorrendo molti chilometri.

I video e le immagini della enorme ondata di acqua, fango e detriti che travolge tutto lungo la valle hanno riportato alla memoria quanto accadde in Italia 63 anni fa, sulle Alpi, in quello che viene ricordato come il disastro del Vajont.

Ci sono differenze sulle cause del disastro, ma anche in quell'occasione ci fu una enorme frana in un'area di montagna, a cui seguì - per motivi che spiegheremo in questo articolo - una terribile onda di piena che si riversò nella valle sottostante
cancellando tutto. Ci furono quasi duemila vittime.

Cosa accadde il 9 ottobre del 1963 sulle Alpi italiane

Fu uno dei peggiori disastri che abbia colpito l'Europa in tempi recenti, un evento che si può inquadrare non solo come disastro naturale ma anche come catastrofe industriale, visto che venne causato dalla realizzazione di un bacino idrico artificiale per la generazione di energia idroelettrica.

Un disastro che si poteva evitare se fossero state ascoltate alcune persone che avevano avvisato dei gravi rischi, come il geologo Edoardo Semenza e la giornalista Tina Merlin. Ma vediamo passo passo cosa accadde quel giorno.

Il terribile disastro del Vajont

Era la tarda serata del 9 ottobre del 1963, quando in una zona delle Alpi italiane orientali, al confine tra il Friuli-Venezia Giulia ed il Veneto, una enorme frana si staccava dal Monte Toc. La frana era enorme, con un volume mostruoso di circa 270 milioni di metri cubi, e precipitò nell'invaso artificiale da poco realizzato, proprio ai piedi della montagna, lungo il corso fluviale del torrente Vajont.

Una foto del 10 ottobre 1963 mostra il disastro ai piedi della diga del Vajont. Il paese di Longarone venne cancellato.
Una foto del 10 ottobre 1963 mostra il disastro ai piedi della diga del Vajont. Il paese di Longarone venne cancellato.

L’ondata di acqua generata da questa enorme frana fu mostruosa, un vero tsunami con un'altezza di decine di metri. Questa enorme massa di acqua scavalcò la diga appena costruita, a quel tempo la più alta del mondo, senza distruggerla, e poi si riversò nella Valle del Piave portando morte e distruzione, cancellando per sempre numerosi centri abitati.

La sera del 9 ottobre 1963, la Valle del Piave venne colpita da una delle peggiori catastrofi della storia recente d’Italia. Una enorme frana staccatasi dal Monte Toc sprofondò nel bacino artificiale appena realizzato, un invaso reso possibile dalla costruzione di una enorme diga, ancora oggi una delle più alte del mondo.

L'enorme tsunami di acqua e detriti cancellò per sempre diversi centri abitati situati lungo la valle del fiume Piave, causando quasi duemila morti.

Il paese di Longarone, situato allo sbocco della valle del Vajont, sotto l’enorme diga realizzata negli anni precedenti, venne cancellato completamente dalla furia delle acque. Rimasero solo fango e detriti.

Lo scrittore e giornalista Dino Buzzati, così descrisse la catastrofe sul Corriere della Sera, storico giornale italiano: "un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi".

Quando geologia e ingegneria non si parlano: gli allarmi inascoltati

La diga del Vajont era stata costruita da poco. Era una diga da record, alta 260 metri, con una struttura ad arco a doppia curvatura, e nel periodo di costruzione tra il 1957 ed il 1960 era la più alta del mondo nel suo genere.

L'Italia era da poco uscita dal Dopoguerra, e si stava trasformando nel giro di pochi anni da paese povero e devastato dalla guerra in una potenza economica. Sorgevano un po' ovunque bacini idrici per la produzione di energia elettrica, e quello del Vajont era un fiore all'occhiello dell'ingegneria.

La diga del Vajont, una delle più alte al mondo, è ancora lì: non venne distrutta dalla frana e dall'onda di piena. Alle sue spalle però, la mega-frana riempì quasi per intero l'invaso idrico artificiale.
La diga del Vajont, una delle più alte al mondo, è ancora lì: non venne distrutta dalla frana e dall'onda di piena. Alle sue spalle però, la mega-frana riempì quasi per intero l'invaso idrico artificiale.

Il problema è che ingegneria e geologia dovrebbero sempre "andare a braccetto", ed in questo caso gli allarmi che arrivavano dagli studi geologici non vennero ascoltati.

L'enorme paleo-frana del Monte Toc

Negli anni precedenti, il geologo Edoardo Semenza, rimasto purtroppo inascoltato, aveva rilevato una enorme paleofrana proprio sopra quello che sarebbe diventato il nuovo bacino idrico artificiale del Vajont.

Era una enorme frana preistorica, cioè già attiva migliaia di anni prima, poi stabilizzatasi e infine riattivatasi in tempi recenti. La vegetazione e l’erosione l’avevano “camuffata” facendola sembrare parte del versante della montagna, ma i geologi hanno strumenti e conoscenze per "vederla". L'erosione del torrente Vajont l'aveva nuovamente resa instabile, e la creazione del lago artificiale aveva accelerato questo processo, creando le condizioni per un nuovo distacco franoso, avvenuto poi in quel tremendo 9 ottobre 1963.

Tutto questo era stato scoperto dal geologo Edoardo Semenza, che rimase però inascoltato dai geologi coinvolti nella realizzazione della diga. Vennero infatti anteposti gli interessi economici alla sicurezza della popolazione, con la necessità di completare quanto prima l'impianto per la produzione di energia idroelettrica.

Un'altra immagine, in questo caso scattata dall'alto, della diga del Vajont come si presenta oggi.
Un'altra immagine, in questo caso scattata dall'alto, della diga del Vajont come si presenta oggi.

Un'altra persona che si adoperò molto nella denuncia dei rischi di realizzazione di quella diga fu la giornalista Tina Merlin, che rimase completamente inascoltata e che subì anche accuse di procurato allarme per i suoi articoli, pubblicati su "L'Unità", nei quali aveva dato voce ai numerosi allarmi dei contadini della zona, che vedevano apparire sul Monte Toc crepe sempre più grandi.

Un punto di svolta: più attenzione alla geologia

Il disastro del Vajont ha costituito però un punto di svolta. Dopo quell’evento catastrofico ci si rese conto che per prevenire disastri naturali bisogna sempre effettuare studi geologici molto approfonditi prima di iniziare qualsiasi opera ingegneristica. Per costruire bene in sostanza, non basta realizzare opere di alto livello (la diga, del resto, lo era: dopo 63 anni è ancora lì) ma bisogna studiare dettagliatamente il contesto geologico, la natura geologica del territorio. Questo vale sia per le frane che per i terremoti e le alluvioni.

Oggi qualsiasi nuova opera, per legge, deve essere accompagnata da una relazione geologica e geotecnica, ancora prima del progetto ingegneristico. Del resto fu proprio negli anni '60, dopo il Vajont, che nacque la geologia applicata all'ingegneria.

Libri, film e opere di teatro sul disastro del Vajont

Ci sono libri, film e rappresentazioni teatrali realizzate sul Vajont. Si segnala "Sulla pelle viva" di Tina Merlin, e "La storia del Vajont" raccontata dal geologo Edoardo Semenza, "Il racconto del Vajont, conosciuto anche come Vajont 9 ottobre '63 - Orazione civile", monologo teatrale realizzato nel 1993 da Marco Paolini, il film "Vajont - La diga del disonore", un film del 2001 diretto da Renzo Martinelli.

Per approfondire il lato geologico di questo enorme disastro un primo avvicinamento alla frana del Vajont può essere fatto consultando sul web la mostra “La storia del Vajont”, curata dall’Associazione Italiana di Geologia Applicata ed Ambientale e dal Consiglio Nazionale del Geologi.

Riferimento della notizia

AIGA - CNG - Consiglio Nazionale dei Geologi italiani. La storia del Vajont.