Tornado in Sicilia: ci sono sempre stati, ma il mare sempre più caldo li rende più distruttivi

Ecco come il cambiamento climatico, legato al riscaldamento delle acque del Mediterraneo, sta rendendo i fenomeni vorticosi sempre più violenti sulla Sicilia.
Nella mattinata di venerdì 9 ottobre 2026 due tornado si sono formati davanti al porto di Marsala, sulla costa occidentale della Sicilia. In pochi minuti uno di questi ha raggiunto la terraferma, trasformandosi in un tornado che ha colpito con forza distruttiva le contrade tra Marsala e Petrosino, in provincia di Trapani.
Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno una decina di feriti (tra cui bambini e adulti, alcuni in codice rosso), case distrutte o gravemente danneggiate, tetti scoperchiati, auto ribaltate e scaraventate (una finita in un burrone a Petrosino), pali elettrici abbattuti, muri di cinta dello stadio di Petrosino rasi al suolo e danni importanti alla scuola Alcide De Gasperi di contrada Terrenove, dove erano presenti centinaia di alunni. I vigili del fuoco e la Protezione civile hanno descritto scene da “guerra”.
Il caso dei tornado in Sicilia
L’intensità del tornado di Petrosino-Marsala colpisce, ma non perché i fenomeni vorticosi siano inediti sull’isola. In Sicilia si possono verificare eventi di varia natura, dalle landspout (vortici non mesociclonici, spesso legati a fronti di raffica o a convergenze locali) fino a veri tornado mesociclonici generati da supercelle (temporali dotati di rotazione).

Alcuni di questi sono stati storicamente violenti. Il 7 ottobre 1884 un tornado devastò Catania e i sobborghi di Cibali, Borgo e Ognina. Durante quell’evento case solide (con muri anche di un metro di spessore) furono distrutte, alberi sradicati e proiettati verso il mare, con un bilancio di circa 28-32 morti e centinaia di feriti.
Più recente il tornado che colpì Pantelleria il 10 settembre 2021, causando due vittime e danni ingentissimi, in una situazione analoga a quella riscontrata ieri in Sicilia.
Di solito questi eventi sono così rari da finire nel dimenticatoio. Eppure esistono aree particolarmente “tornadogenetiche”. Una di queste è proprio la Piana di Catania, poi ci sono ampi tratti della costa meridionale, dal Ragusano all’Agrigentino, e parte della costa occidentale del Trapanese.
Meno frequenti, invece, sulle coste del Palermitano e del Messinese, dove l’orografia più accidentata e i rilievi a ridosso del mare tendono a sfavorire lo sviluppo di vortici organizzati. In passato i tempi di ritorno di eventi significativi erano spesso ultradecennali.
La Piana di Catania e i suoi tornado
La Piana di Catania rappresenta uno dei settori più favorevoli all’innesco di fenomeni vorticosi in Sicilia. Si tratta di una vasta area pianeggiante, delimitata a nord dalle pendici dell’Etna, a sud dagli Iblei e a est dal Mar Ionio. Questa configurazione geografica crea condizioni particolari.

Quando nei bassi strati affluiscono correnti da est-sud-est o est-nord-est, calde e cariche di umidità proveniente dal mare, e in quota (tra i 2000 e i 3000 metri) prevalgono flussi da sud o sud-ovest più intensi, si genera un marcato wind shear verticale.
Questo shear, ossia la variazione di direzione e velocità del vento con la quota, è l’ingrediente chiave per la rotazione delle correnti ascensionali all’interno dei cumulonembi.
I rilievi degli Iblei, a contatto con il flusso di basso livello, possono far ruotare ulteriormente il vento di 40-50 gradi verso est o est-nord-est, accentuando ancora di più lo shear di basso livello nell’area a sud di Catania. Allo stesso tempo, l’assenza di ostacoli orografici importanti nella piana permette alle basi delle nubi temporalesche di rimanere molto basse (anche sotto i 400-300 metri), condizione che facilita enormemente la tornadogenesi.
L’updraft (corrente ascendente) assume un moto rotatorio (mesociclone), e da qui può scendere un tornado. Non è raro, inoltre, che si sviluppino anche landspout o vortici legati a fronti di raffica, soprattutto nelle zone interne della piana.
Eventi documentati, dal tornado del 1968 fino a quelli più recenti nelle campagne di Mineo o ai sistemi che hanno generato vortici tra Lentini e l’aeroporto di Catania, confermano che questa combinazione di shear, umidità marina e orografia favorevole rende la piana una delle aree a più alto potenziale tornadogenetico dell’isola.
Il ruolo del mare caldo e la firma del cambiamento climatico
Oggi il quadro sta cambiando. Il riscaldamento del mare Mediterraneo fornisce energia aggiuntiva ai sistemi temporaleschi, rendendo questi fenomeni potenzialmente più intensi e aumentando il rischio per l’isola.

Un esempio chiaro viene dallo studio sul tornado di Taranto del 28 novembre 2012 (un EF3 che causò una vittima e danni per decine di milioni di euro). Le simulazioni numeriche di Miglietta e colleghi hanno mostrato come una temperatura della superficie del mare di soli +1 °C rispetto alla media facesse la differenza.
La vera “firma” del cambiamento climatico su questi fenomeni non è necessariamente un aumento drammatico del numero assoluto di eventi, ma proprio questa maggiore probabilità di intensità elevate quando le condizioni sinottiche e l’energia del mare caldo coincidono.
Cosa ci insegna il tornado di Petrosino?
Il tornado di Petrosino si inserisce in questo contesto. Un’estate particolarmente calda ha lasciato il mare carico di energia, ed è bastato il passaggio di correnti più fresche per produrre fenomeni così energetici.
Non è un’anomalia isolata, ma la conferma che fenomeni vorticosi di notevole intensità, un tempo eccezionali e a ritorno lunghissimo, possono diventare più pericolosi in un Mediterraneo sempre più caldo.
Per la Sicilia occidentale, per la Piana di Catania e per le altre aree potenzialmente esposte, è un segnale chiaro. Per adattarci a questo serve prevenzione, monitoraggio meteo ad alta risoluzione e consapevolezza del rischio devono crescere di pari passo con l’energia che il mare continua a rilasciare.