Gli astronomi hanno scoperto che l'asteroide Bennu non rientra in nessuna categoria e la colpa potrebbe essere di Giove
I campioni dell'asteroide Bennu rivelano che esso si è formato in una zona di transizione del sistema solare primitivo, dove si sono mescolati materiali provenienti dalle regioni interne ed esterne.

L'asteroide Bennu custodisce al suo interno una sorta di capsula del tempo. I suoi materiali sono rimasti praticamente intatti sin dagli albori del sistema solare e ora, grazie ai campioni raccolti dalla missione OSIRIS-REx della NASA, gli scienziati sono riusciti a ricostruire parte della storia della sua nascita.
Bennu compie un'orbita attorno al Sole ogni 1,2 anni e si avvicina alla Terra all'incirca ogni sei anni, quando passa a circa 300.000 chilometri di distanza. Tale vicinanza ha permesso alla NASA di inviare una missione sulla sua superficie e di prelevare materiale direttamente dall'asteroide.
I risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista Science Advances e forniscono un nuovo tassello per comprendere come si sono formati i pianeti.
Un'impronta chimica che collega Bennu ad altri corpi celesti
I ricercatori hanno analizzato gli isotopi di ferro, titanio e cromo presenti nei campioni. Questi atomi appartengono agli stessi elementi chimici, ma presentano piccole differenze nella loro massa. Questa particolare combinazione funge da vera e propria impronta digitale in grado di rivelare l’origine di un corpo celeste.
L’asteroide condivide una firma isotopica molto simile a quella di Ryugu, un altro corpo primitivo visitato da una missione spaziale giapponese, e con i meteoriti noti come CI, estremamente antichi e ricchi di carbonio. Tutti e tre sembrano essersi formati a partire dalla stessa riserva di polvere cosmica.

Tuttavia, la sua composizione si differenzia nettamente da quella di altri asteroidi, gruppi di meteoriti e pianeti conosciuti.
Bennu è nato nel punto in cui si incontravano due mondi
Per anni, gli scienziati avevano ipotizzato che Bennu e altri asteroidi simili potessero essersi formati nelle regioni esterne del sistema solare, forse vicino alla zona in cui sono nate le comete. Si pensava inoltre che la loro formazione fosse avvenuta in un momento relativamente tardivo.
I nuovi risultati indicano una direzione diversa. Lo scenario più probabile colloca la nascita di Bennu, Ryugu e dei meteoriti CI vicino alla cosiddetta linea del ghiaccio d’acqua. Si tratta di una regione del disco che circondava il giovane Sole, dove l’acqua poteva passare dallo stato di vapore a quello di ghiaccio.
«Bennu è un ibrido», spiega Schönbächler. La sua composizione non corrisponde completamente né a quella del sistema solare interno né a quella del sistema solare esterno, ma presenta caratteristiche di entrambi.
Il ruolo inaspettato di Giove
Gli scienziati ipotizzano che Giove possa aver avuto un’influenza decisiva in questo processo. Il gigante gassoso avrebbe iniziato a formarsi poco dopo la nascita del Sole, forse nel corso del suo primo milione di anni.
Mentre attorno alla giovane stella si estendeva un enorme disco di gas, polvere e ghiaccio, Giove cresceva rapidamente e fungeva da una sorta di barriera. Il pianeta avrebbe impedito il passaggio di gran parte dei materiali più grandi, mentre le particelle più piccole potevano spostarsi attorno ad esso e mescolarsi nella zona vicina alla linea di ghiaccio.

Da quella miscela sarebbero nati i corpi che in seguito hanno dato origine a Bennu, Ryugu e ai meteoriti CI. Questo scenario aiuta anche a spiegare perché Bennu contenga così tanta acqua.
Parte del ghiaccio presente nella regione si sarebbe trasformato in vapore per poi ricondensarsi, mentre l’influenza di Giove favoriva l’accumulo di polvere fine.
Una finestra sull’origine della Terra
Bennu è particolarmente prezioso perché conserva materiali che sono rimasti praticamente immutati sin dalla nascita del sistema solare. La sua composizione potrebbe offrire una delle migliori approssimazioni disponibili alla miscela originale di elementi chimici da cui si sono poi formati i pianeti rocciosi.
Inoltre, la sua ricchezza di acqua e materia organica rende questo piccolo asteroide un elemento fondamentale per studiare come la giovane Terra possa aver ricevuto alcuni degli ingredienti necessari alla nascita della vita.
La ricerca su Bennu potrebbe essere giunta al termine, ma per Schönbächler inizia già la prossima sfida: ottenere campioni da Phobos, una delle lune di Marte, tramite la missione giapponese MMX. Se tutto procederà secondo i piani, la sonda verrà lanciata alla fine di ottobre di quest’anno e i campioni torneranno sulla Terra nel 2031.
Il laboratorio svizzero dovrà attendere diversi anni. Ma il materiale proveniente da Bennu ha già fornito una certezza: per comprendere come è nato il nostro vicinato cosmico, a volte è necessario osservare da vicino la polvere rimasta intrappolata 4,5 miliardi di anni fa.
Riferimento della notizia
Schoenbaechler M, Ek M, Fehr MA, et al.. (2026). Nucleosynthetic constraints on the origin of Bennu and CI-like asteroids.