28 ottobre 1922, il forte maltempo impantanò la Marcia su Roma: la storia poteva andare diversamente?
Pioggia forte, camicie nere bagnate e rifornimenti scarsi. Il maltempo peggiorò le difficoltà degli squadristi attorno a Roma pronti per marciare sulla città. Nonostante la pioggia però, la mobilitazione armata raggiunse il suo obiettivo eversivo, grazie al cedimento delle istituzioni, alla mancata risposta del re Vittorio Emanuele III e al terrore seminato fin dal 1920 dai fascisti con incendi, saccheggi e omicidi.

Il 28 ottobre si ricorda in Italia una delle pagine più nere della storia nazionale: la Marcia su Roma del 1922, la manifestazione eversiva che aprì la strada all’ascesa finale del fascismo, alla fine della democrazia e alla presa del potere da parte di Mussolini.
L’offensiva fascista portò Benito Mussolini al governo e segnò una rottura decisiva nello Stato liberale italiano. Ma c'è un aspetto meteorologico che pochi conoscono: le piogge battenti sul Lazio e su Roma, cadute proprio in quel tardo mese di ottobre 1922, peggiorarono i problemi delle colonne fasciste, già bloccate dai fermi dei treni e dalla mancanza di rifornimenti.
Il maltempo autunnale, però, tipico di questo periodo nel nostro paese - anche se in questi giorni un vasto anticiclone ci mette al riparo da perturbazioni - non fermò il successo politico dell’operazione.
Le camicie nere sotto la pioggia
Nel passo di Scurati riportato su "Fatti di Storia", gli squadristi che si avvicinavano a Roma per marciare sulla città e prendere il potere con la violenza sono descritti come uomini assetati, affamati, a piedi, avviliti, male armati e fradici di pioggia. L’acqua passava attraverso gli indumenti.
Le interruzioni ferroviarie ordinate dal comando militare costringevano gruppi di fascisti a proseguire a piedi. Alcuni si dispersero nelle campagne e nei boschi. Cercavano protezione nelle capanne, nelle grotte e sotto gli alberi. È un’immagine lontana da quella di una conquista travolgente di Roma, che negli anni a venire il regime avrebbe celebrato.

Ma le difficoltà degli uomini radunati nel Lazio non raccontano tutta la storia. La mobilitazione eversiva e violenta coinvolgeva molte città italiane. In queste città, i fascisti occupavano edifici pubblici e punti chiave delle comunicazioni. Minacciavano le autorità e aggredivano chi si opponeva. La storica Giulia Albanese sottolinea quanto sia importante guardare a questa insurrezione come a un fenomeno che riguarda tutto il paese.
Roma poteva essere difesa
Come ricorda Agostino Giovagnoli su "Domani", l’offensiva nota a tutti come Marcia su Roma non nacque dal nulla ma era stata preceduta da anni di violenze, intimidazioni e devastazioni. Il progetto insurrezionale era noto anche grazie ai giornali e alle informazioni date alle autorità. Il pericolo non arrivò all’improvviso.
Nella capitale, il generale Emanuele Pugliese aveva organizzato le difese. Reparti dell’esercito fermarono convogli fascisti e bloccarono i collegamenti ferroviari. Le forze schierate avevano equipaggiamento migliore rispetto agli squadristi. Federico Fornaro, sempre su "Domani", distingue però la difesa di Roma dal contrasto all’offensiva nazionale.
Le truppe avrebbero potuto respingere un attacco alla capitale. Tuttavia, sarebbe stato più difficile rispondere ad attacchi simultanei nel centro-nord, dove parte degli apparati militari e delle forze dell’ordine simpatizzava per il fascismo.
Il cedimento delle istituzioni rese vittoriosa la Marcia
Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre il governo di Luigi Facta decise lo stato d’assedio, ma il re Vittorio Emanuele III non firmò il decreto. Il provvedimento fu quindi revocato. La risposta militare perse così il sostegno del vertice dello Stato. Mussolini, che era rimasto a Milano nei giorni caldi in cui si organizzava la Marcia, proprio mentre i suoi uomini restavano letteralmente impantanati alle porte di Roma, arrivò nella Capitale in treno il 30 ottobre.
Una volta a Roma ricevette l’incarico ufficiale di formare il governo. La capitale non era stata conquistata militarmente. Tuttavia, la pressione armata fascista aveva portato al risultato voluto.
La storica Albanese avverte che ridurre la Marcia a un bluff vuol dire ignorare la sua violenza e la rottura istituzionale. Anche Emilio Gentile, in "E fu subito regime", contesta le letture che trasformano l’evento in una manifestazione grottesca e politicamente trascurabile.
Gli storici sono poi concordi tra loro nel sottolineare come la mancata azione del re Vittorio Emanuele III, che non firmò il decreto di stato d'assedio e anzi incaricò Mussolini, fu determinante nell'avvento finale del fascismo. Fascismo che aveva però, attraverso incendi, saccheggi, devastazioni e omicidi, creato già da anni un clima di terrore e instabilità.
Il ruolo del maltempo, oltre la propaganda
Tornando alla curiosità meteorologica di questo articolo, le fonti parlano di piogge forti durante la mobilitazione. Però, senza dati precisi la ricostruzione della situazione meteorologica si fa complicata. Si parla di tanta pioggia, fango, ma non sappiamo quanto durarono le precipitazioni e se furono eccezionali.
Quel che sappiamo dalle testimonianze, però, è che la pioggia rese più difficile l’attesa degli squadristi. Tuttavia, non fermò l’attacco allo Stato liberale. Il fascismo vinse combinando violenza, pressione politica e cedimento delle istituzioni.
Le camicie nere, bagnate e infreddolite nelle campagne, e senza nessuna resistenza da parte dell'esercito per l'inazione del Re, facevano parte di quell’offensiva che portò alla vittoria. Questa realtà era molto diversa dall’immagine eroica celebrata dal regime, ma ebbe conseguenze altrettanto gravi.
Riferimenti della notizia
Domani. La marcia su Roma dei fascisti si poteva fermare.
Giulia Albanese. La marcia su Roma.
Antonio Scurati. M. Il figlio del secolo.