Dalle mappe meteo all'intelligenza artificiale: quanto scaldano una città i data center? I numeri che fanno chiarezza
Cresce la preoccupazione in vista di tante nuove installazioni di data center in progetto. Essenziali per tutti servizi informatici, i grandi centri di calcolo comportano problemi vari. Quanto lontano arriva il calore prodotto e quanto scaldano una città?

Viviamo sempre più connessi e con sempre più servizi digitali. Dietro all’articolo che state leggendo, al vostro home banking, il fascicolo sanitario, il registro elettronico a scuola ci sono computer connessi 24 ore su 24 che si trovano in qualche data center in giro per il mondo intero.
La domanda di questi servizi cresce sempre più, accentuata dal boom dell’intelligenza artificiale. In Italia, Europa e mondo intero stanno dunque aumentando rapidamente progetti e richieste di connessione per nuovi data center, alcuni con potenze di decine o centinaia di MW.
Crescono così le preoccupazioni e i comitati contrari a questi progetti. Il dibattito riguarda soprattutto consumi elettrici e idrici. Sta emergendo anche un'altra preoccupazione: come si ripercuote il calore sull’ambiente circostante?
Un data center è una grande sorgente di calore: quantifichiamolo.
Quasi tutta l'energia elettrica utilizzata da un computer così come da un datacenter viene smaltita sotto forma di calore. Una precisazione: il calore non viene solo dai computer del data center, ma anche dagli impianti di raffreddamento e dagli altri apparati ausiliari, che consumano a loro volta energia elettrica.
Ora dobbiamo parlare di numeri che a prima vista vi sembreranno ostici. Un datacenter da 10 MW produce circa 88 GWh termici/anno di calore. Oggi però si parla anche di datacenter da 200 MW, pari a 1,75 TWh/anno.
Per dare una idea, il datacenter da 10 MW implica i consumi elettrici pari a 32000 famiglie medie, e produce calore pari al riscaldamento di circa 7000 appartamenti di medie dimensioni. È questo, grosso modo, il consumo e il calore prodotto dal datacenter ECMWF a Bologna.
Se passiamo a quello da 200 MW, arriviamo a consumi di 1,75 TWh pari a una città circa 650.000, col calore prodotto che potrebbe riscaldare, se fosse recuperabile, circa 145.000 abitazioni.
Il calore sale o si espande?
Una premessa: una potenza termica enorme non equivale automaticamente a un grande aumento della temperatura urbana. Conta su quale area e in quale volume atmosferico quel calore viene disperso. E le cose non sono affatto semplici.
Il calore viene espulso dai datacenter con un pennacchio termico. L’aria calda tende per sua natura a salire perché più leggera di quella fredda circostante, ma viene anche trasportata dal vento, dispersa in varie direzioni e mescolata con volumi d’aria via via maggiori.
La temperatura dunque tende a diminuire rapidamente con la distanza dalla sorgente. Ma non esiste una regola universale: dipende da vari fattori, non solo la potenza ma anche la tecnologia di raffreddamento, l’altezza degli scarichi e quindi da fattori meteo come temperatura dell’aria, umidità, vento, stabilità e infine dall’urbanistica o territorio circostante.
Il caso di Phoenix: è applicabile anche ad altre città?
In molte notizie e discussioni viene citato il caso dei datacenter che scalderebbero la città di Phoenix, secondo alcune fonti, anche di diversi gradi. La notizia è basata sullo studio di Sailor D.J. e altri ricercatori della Arizona State University.
Attraverso alcune misure nell'area metropolitana di Phoenix e nei pressi di data center da 36 MW a 169 MW, i ricercatori hanno stimato un riscaldamento rispetto ad aree circostanti fra +0,7/+0,9 °C mediamente sottovento rispetto a sopravento, con massimi osservati fino a +2,2 °C. Il segnale si nota fino a circa 500 m dagli impianti.

Va detto però che Phoenix si trova in un clima caldo-arido molto diverso da quello delle città italiane ed Europee. Oltre a temperature estive estremamente elevate, è caratterizzata da scarsa vegetazione, suolo desertico molto secco, intensa climatizzazione. La morfologia urbana molto diversa da Milano, Bologna o Firenze.
Non è dunque corretto prendere i +0,7/+0,9 °C osservati entro alcune centinaia di metri a Phoenix e trasferirlo automaticamente a un data center italiano.
Il problema comunque c’è: quali soluzioni?
Un grande data center è senz’altro una sorgente di calore antropogenico e ignorarne l'effetto microclimatico sarebbe sbagliato, soprattutto se sorge vicino ad abitazioni o se più impianti sono concentrati nella stessa zona.
Il problema è soprattutto locale, dell’ordine di poche centinaia di metri, mentre su una città in genere l’effetto diventa via via meno significativo con la distanza dalla sorgente.
Nel valutare o opporsi a un progetto occorre dunque porsi una serie di domande e cercare risposta: dove e a che altezza viene espulso il calore? Quanto sono distanti le abitazioni? Quali sono i venti prevalenti? Poi, si può pensare anche a soluzioni che sfruttino il calore, come recuperarlo anziché disperderlo nell’ambiente. Un tema vasto che merita altri approfondimenti: ci torneremo.
Riferimento bibliografico
Sailor, D. J. Et al(2026). Data Center Waste Heat as an Emerging Urban Thermal Hazard: First Field Measurements of Neighborhood-Scale Air Temperature Impacts. Journal of Engineering for Sustainable Buildings and Cities, 7(2), Article 024501. https://doi.org/10.1115/1.4071922