Hantavirus e altri virus: come il cambiamento climatico sta influenzando la geografia dei contagi
Non solo hantavirus: l’aumento delle temperature e i cambiamenti nel regime delle piogge stanno spingendo alcuni roditori verso nuovi habitat. Il fenomeno rischia di causare salti di specie più frequenti

Ultimamente il caso dei contagi da hantavirus partiti dall’Argentina ha riportato l’attenzione degli studiosi su un problema sottovalutato, e cioè il modo in cui i cambiamenti climatici possono indurre sempre più spesso gli animali a spostarsi in altri territori, esponendo la popolazione umana a virus relativamente nuovi.
L’alterazione degli ecosistemi forza il contatto tra esseri umani e animali portatori di virus che normalmente non entrano in contatto con l’uomo, rendendo più frequente lo spillover, cioè il salto di specie dei virus stessi.
I cambiamenti climatici, un problema anche sanitario
Cambiamenti nelle temperature e nella frequenza o quantità delle piogge modificano interi ecosistemi. Piante ed animali possono finire per cercarsi nuovi habitat e “colonizzare” ambienti dove normalmente non hanno mai vissuto.
Questo già succede in tutto il mondo, nelle foreste e nei mari, ma il danno non è soltanto ecologico.
La popolazione umana più esposta è quella che vive in aree rurali, ma un virus ad alta contagiosità potrebbe naturalmente diventare più difficile da contenere.
Cosa sono gli arenavirus e perché è necessario studiarli
Lo studio della Weill School of Veterinary Medicine, uno dei centri più importanti negli Stati Uniti per epidemiologia veterinaria, zoonosi e salute globale, si concentra in particolare sugli arenavirus, una famiglia di virus di cui i roditori sono portatori ma che negli esseri umani possono causare febbri emorragiche.

Grazie a simulazioni informatiche, i ricercatori sono riusciti a prevedere come gli habitat dei roditori, in particolare in America del Sud, possono cambiare nei prossimi tre decenni e in che modo i virus possono viaggiare da un paese all’altro, attraverso tutto il continente.
Il rischio è legato non solo all’insorgere di nuove e più frequenti epidemie, ma anche al fatto che gli arenavirus fino a questo momento non sono stati studiati molto accuratamente, a differenza degli hantavirsu che hanno già causato piccoli focolai in tempi più recenti.
Gli arenavirus meritano particolare attenzione perché attualmente non esistono cure approvate dalla comunità scientifica internazionale e la letalità è alta.
Inoltre, nelle parole di Pranav Kulkarni, veterinario ed epidemiologo dell’Università della California, e autore principale dello studio “queste malattie non sono sotto i radar dei responsabili della salute pubblica”. Questo vuol dire che in caso di emergenza le autorità sarebbero colte di sorpresa.
Cambiamenti climatici ed epidemie, una sfida globale
Il problema naturalmente non riguarda solo l’America del Sud.
Nel Nord America i cambiamenti climatici favoriscono la migrazione di topi e zecche che possono favorire la diffusione di hantavirus e malattia di Lyme.
In Europa e Russia, gli inverni più miti causano il proliferare dei roditori selvatici, portatori di puumala hantavirus, la principale causa di febbri emorragiche in entrambe le aree geografiche.
In Africa la modifica delle stagioni delle piogge potrebbe favorire la trasmissibilità dell’arenavirus che causa la febbre di Lassa.
Anche in Asia il contatto sempre più frequente tra animali selvatici ed esseri umani favorisce nuove zoonosi, che avvengono quando le malattie si trasmettono dagli animali agli uomini.
Fonte della notizia
Kulkarni, P.S., Flores-Pérez, N.Y., Jian, A.H. et al. - Climate-driven changes in zoonotic risk of arenaviral hemorrhagic fevers in South America. Npj Viruses (Aprile 2026).
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