La Terra malata: quale futuro ci attende nella crisi climatica?

La crisi climatica, diagnosticata e affrontata tardivamente, impone ormai mitigazione e adattamento. Il futuro più realistico non è l’estinzione, ma un mondo più instabile, diseguale e segnato da eventi estremi, migrazioni e crisi regionali.

Le prime azioni di adattamento al progressivo riscaldamento globale potrebbero essere individuali, non collettive, sulla base delle disponibilità economiche personali.
Le prime azioni di adattamento al progressivo riscaldamento globale potrebbero essere individuali, non collettive, sulla base delle disponibilità economiche personali.

Dopo un lungo periodo durante il quale ci si è sentiti fuori forma, si scopre di essere malati. Iniziano gli accertamenti per capire dai sintomi le cause, fin quando dopo parecchie vicissitudini si scopre che si tratta di un male cattivo, incurabile. La prima reazione è di rifiuto. Non ci si può credere, un male sì, ma incurabile è inaccettabile. Allora ci si muove a 360 gradi, altri consulti, altre terapie, perfino terapie non convenzionali, tutto pur di guarire.

Alla fine però si deve gettare la spugna, ci si deve rassegnare e accettare la crudele verità. A questo punto non rimane che vivere il tempo che resta, da un canto provando ad alleviare i sintomi, d'altro canto cercando di vivere al meglio il tempo che resta.

La diagnosi climatica e il rifiuto della realtà

Questa stessa storia ricorda un altro malato, il nostro pianeta Terra. Tempo fa, la scoperta del riscaldamento globale ci ha fatto capire che il nostro pianeta era malato. Allora scienziati di buona volontà dai sintomi di questa malattia hanno cercato di capire le cause, scoprendo essere un eccesso di emissione di gas serra.

Hanno proposto delle terapie, ma nessuna ha prodotto risultati, in quanto mai seguite diligentemente. Oggi, dopo numerose vicissitudini, sappiamo che il male è brutto, forse ancora curabile, ma ogni decimo di grado che perdiamo rende il problema più difficile.

Ma allo stato attuale c’è il rifiuto di questa diagnosi. Continuiamo a sottovalutare la malattia, alcuni addirittura negano che ci sia una malattia, per cui ci rivolgiamo ad altri dottori, continuiamo a voler credere che una cura debba esistere o possa essere inventata ad hoc. Ma il destino è forse già segnato? La temperatura non ha più smesso di crescere. Molte categorie di eventi estremi stanno diventando più frequenti e/o intense.

Forse ci stiamo avvicinando al punto in cui iniziare a vivere il tempo che ci rimane nel modo migliore, da un canto cercando di contenere alcuni sintomi, d'altro canto iniziando a fare azioni concrete che possano rendere migliore il tempo che ci rimane, azioni concrete che possano evitare un ulteriore inasprimento del cambiamento climatico. Purtroppo, un possibile scenario è che ciascuno individualmente, e non collettivamente, proverà ad adattarsi alle avversità climatiche.

Le cure conosciute, ma continuamente rimandate

Sebbene si conoscano le cause della crisi climatica e se ne conosca il rimedio, il problema viene continuamente subordinato ad altre priorità.

Al di là di ogni discussione e iniziativa di contrasto, la temperatura globale continua a crescere e sempre più rapidamente.
Al di là di ogni discussione e iniziativa di contrasto, la temperatura globale continua a crescere e sempre più rapidamente.

Le guerre provocano morte e distruzione, producono emissioni e assorbono enormi risorse economiche, industriali e tecnologiche. Le politiche di prevenzione degli incendi ricevono spesso meno attenzione rispetto agli interventi di emergenza. La conversione verso le energie rinnovabili procede, ma viene rallentata da interessi economici, conflitti politici, difficoltà burocratiche ed esigenze strategiche considerate più urgenti.

La temperatura globale annuale recente si colloca intorno a 1,4 °C sopra il livello preindustriale e il Mediterraneo si riscalda più rapidamente della media globale. Con le politiche attuali il mondo è diretto verso circa 2,8 °C di riscaldamento nel corso del secolo.

La differenza tra 1,5, 2 e quasi 3 °C non è però marginale: a 1,5 °C un estremo caldo, che nel clima preindustriale avveniva una volta ogni dieci anni, si verifica circa quattro volte per decennio; a 2 °C circa sei volte.

Perciò mitigazione e adattamento restano entrambe decisive: ogni frazione di grado evitata riduce sensibilmente frequenza e intensità degli impatti. La malattia del nostro pianeta sarebbe stata più semplice e meno costosa da affrontare alcuni decenni fa. Ma come molte malattie, se non curate possono essere fatali.

Lo scenario più realistico: adattamento e disuguaglianze

Lo scenario più realistico per l’umanità è una lunga fase caratterizzata da crisi regionali ricorrenti, fenomeni meteorologici più distruttivi, migrazioni, difficoltà economiche e, soprattutto, crescenti disuguaglianze.

Come sappiamo la crisi climatica procede a macchia di leopardo, per cui non tutti i territori saranno colpiti nello stesso tempo e con la stessa intensità.

I territori più ricchi potranno creare infrastrutture resistenti, sistemi di raffrescamento, difese costiere, gestione delle risorse idriche, assicurazioni e tecnologie agricole. Le regioni più povere, pur avendo spesso contribuito in misura minore alle emissioni, saranno maggiormente esposte.

Non possiamo escludere l'eventualità che il primissimo adattamento alle ostili condizioni climatiche non sarà collettivo ma personale, quindi che una quota crescente dell'adattamento venga privatizzata, e la differenza starà nella disponibilità economica delle singole famiglie.

I ricchi diventeranno “migranti” climatici, trasferendo la propria abitazione o le proprie attività lì dove gli effetti del cambiamento climatico arriveranno sì, ma più tardi e meno intensamente. Sostanzialmente, ci sarà una migrazione verso zone più fresche da parte di milioni di famiglie ma su iniziativa personale e non collettiva.

I meno ricchi diventeranno "prigionieri" climatici costretti a chiudersi in casa, limitando la propria esistenza tra casa, ufficio e luoghi raffrescati. Ma questo sarà possibile non indefinitamente. Ci si sta rendendo conto che le nostre infrastrutture, da quella elettrica alla idrica a quella dei trasporti, sono state pensate per il funzionamento a temperature che riteniamo normali, e non certo per quelle che si andranno registrando nei prossimi decenni.

In assenza di politiche internazionali di adattamento l'umanità potrebbe dividersi tra "migranti" e "prigionieri" climatici.
In assenza di politiche internazionali di adattamento l'umanità potrebbe dividersi tra "migranti" e "prigionieri" climatici.

Il rischio è quindi che la risposta alla crisi avvenga prevalentemente in modo individuale anziché collettivo. Ognuno cercherà di proteggere se stesso, mentre la capacità di affrontare il problema attraverso la cooperazione internazionale e la solidarietà sociale potrebbe indebolirsi.

Quale potrebbe essere lo scenario più realistico per l’umanità di fronte al proseguimento del riscaldamento globale e all’intensificazione degli eventi meteorologici estremi?

Ci attende un collasso generalizzato oppure una lunga fase di adattamento, segnata da crescenti disuguaglianze, migrazioni, crisi locali e competizione per le risorse? Quali territori e gruppi sociali saranno maggiormente esposti? E, soprattutto, fino a che punto le decisioni prese oggi possono ancora modificare lo scenario futuro?