Il frammento di un mondo scomparso: un meteorite del Sahara racconta il pianeta perduto del Sistema Solare
Un raro meteorite, NWA 12774, potrebbe provenire da un antico protopianeta grande quanto la Luna o Marte. La sua chimica rivela pressioni enormi e riscrive la storia della formazione planetaria.

C’è stato un tempo, molto lontano, in cui il Sistema Solare interno ospitava non quattro ma almeno cinque pianeti rocciosi, cioè uno o più pianeti oltre Mercurio, Venere, Terra e Marte. Parliamo dei primi milioni di anni di vita del Sistema Solare durante i quali questi pianeti rocciosi erano accomunati dall’essere ancora in formazione. Il loro stato evolutivo era ancora in fase embrionale.
Tuttavia, mentre i 4 pianeti rocciosi oggi noti stavano seguendo un comune percorso evolutivo, questo quinto pianeta, e forse altri simili a questo, stavano seguendo un percorso evolutivo in qualche misura differente.
Questo o questi pianeti “diversi” sono poi scomparsi, probabilmente distrutti da urti tra loro stessi, o con altri pianeti o con asteroidi, chissà. Ma hanno lasciato una traccia della loro passata esistenza. Hanno lasciato come traccia i loro detriti che, tuttavia, solo ora iniziano ad essere correttamente interpretati.
Ritornando ai pianeti, volendo forzare un po’ la mano o dare sfogo alla fantasia, è come se fossero esistiti uno o più pianeti “Neanderthal”, poi estinti.
Ma quali sono le prove che questo suggestivo racconto sia vero?
Il meteorite Northwest Africa 12774
Di questo meteorite, abbreviato in NWA 12774, abbiamo notizie ufficiali a partire dal 2019, quando fu ufficialmente acquistato ad una storica fiera europea di meteoriti. Era stato rinvenuto nel deserto del Sahara, dove giaceva da tempo indefinito, e fu certificato come meteorite autentico nel Meteoritical Bulletin n. 108 nel 2020.

Fu classificato come angrite, una rarissima famiglia di meteoriti basaltiche o vulcaniche. Si pensi che su 80 mila meteoriti noti sulla Terra, solo 68 sono angriti.
Questo pezzetto di roccia extraterrestre contiene un’informazione unica e preziosissima su questo quinto pianeta estinto. Si pensa che esso sia un frammento prodotto nell’urto distruttivo avvenuto quasi 4.5 miliardi di anni fa e che, dopo aver vagato chissà per quanti milioni di anni nello spazio interplanetario, è poi caduto nel deserto del Sahara.
Immaginate se, invece di essere stato reso disponibile alla Scienza, fosse finito nella teca privata nel salotto di un collezionista, avremmo perso questa occasione quasi unica di sapere della passata esistenza di questo pianeta che, concedetemi la licenza, chiameremo “Neanderthal”.
Perché frammento di pianeta e non di asteroide
Inizialmente si credeva che NWA 12774, insieme alle altre 68 angriti ad oggi note, fosse uno dei frammenti precipitati sulla Terra di un asteroide distrutto.
#PPOD: Rare Meteorite
— The SETI Institute (@SETIInstitute) June 11, 2026
This #meteorite was found in 2019 in northwest Africa and is officially named NWA 12774. Classified as an angrite, this relatively rare type of meteorite is made from material that formed just a few million years after the solar system began. Usually, pic.twitter.com/44VrKpxGDT
La caratteristica anomala delle angriti è l’essere povere di silicio ma ricche di alluminio, a differenza degli altri pianeti rocciosi e della maggioranza di asteroidi. Pertanto, si era pensato che fossero frammenti di un particolarissimo asteroide povero di silicio, chiamato l’Angrite Parent Body (cioè il progenitore delle angriti) poi distrutto in un impatto.
Tuttavia, i tempi non erano ancora maturi per una sua analisi più approfondita. La svolta si è avuta con un recente studio condotto da Aaron S. Bell e colleghi e pubblicato su Earth and Planetary Science Letters. Questo studio si è focalizzato sui cristalli di clinopirosseno presenti nel meteorite, nei quali i ricercatori hanno trovato concentrazioni eccezionalmente alte di alluminio.
Una nuovissima tecnica, chiamata geobarometria, permette oggi di stimare la pressione alla quale si forma un dato minerale. Utilizzando uno strumento di nuova generazione, il geobarometro, è stato possibile ricavare la pressione a cui si era formato il clinopirosseno.
Una prima sorpresa è stata scoprire che il clinopirosseno presente in NWA 12774 si è formato a pressioni eccezionali di 17.5 mila bar.
Quindi, l’Angrite Parent Body, cioè l'oggetto madre da cui deriva NWA 12774, non poteva essere un asteroide al cui interno le pressioni sono relativamente basse, ma un corpo da almeno 1000 km di diametro.
La seconda sorpresa è stata osservare che i cristalli all'interno del meteorite conservano bordi netti e zonature chimiche delicate, caratteristiche che probabilmente sarebbero state cancellate se si fossero formati molto in profondità. Quindi si tratta di un frammento di una zona poco profonda.
Allora, se in zone poco profonde le pressioni erano così elevate, si deve supporre che l’Angrite Parent Body avesse dimensioni ben maggiori, confrontabili a quelle della Luna o addirittura di Marte.
La conclusione è che NWA 12774 sia qualcosa di molto intrigante: potrebbe essere un frammento di un protopianeta oggi scomparso, un embrione planetario che si formò molto presto e che poi venne distrutto in una collisione catastrofica.
I possibili sviluppi futuri
L’idea ora sarebbe di applicare questa nuova tecnica, quella della geobarometria, anche alle altre angriti (dicevamo se ne conoscono 68), nella speranza di ottenere conferme indipendenti dell’esistenza di questo e magari altri pianeti “Neanderthal”.
Gli autori dello studio sottolineano che i materiali del corpo genitore delle angriti sembrano diversi da quelli che formarono Terra e Marte, quindi testimonierebbero un percorso evolutivo planetario separato, che poi per urti distruttivi si è estinto lasciando pochi frammenti a testimonianza della sua passata esistenza. Si aprono quindi nuovi ed inaspettati scenari sui processi di formazione plaetaria, fino ad oggi non considerati.
Riferimento allo studio
“High-pressure clinopyroxene in Northwest Africa 12774 and new geobarometric evidence for a planetary embryo-sized angrite parent body” Aaron S. Bell et al., Earth and Planetary Science Letters, 685, 120029, 2026. DOI: 10.1016/j.epsl.2026.120029.