Il Pianeta Rosso non è poi così rosso: su Marte scoperte misteriose rocce viola, scienziati perplessi
Nuove immagini di Marte mostrano una regione polare in cui tonalità rossastre convivono con sfumature viola, rosa e blu, rivelando la diversità dei materiali e dei processi che ne hanno modellato la superficie.

Il rosso è, senza dubbio, il colore che definisce Marte. L’ossido di ferro presente nella polvere e nelle rocce della sua superficie è responsabile delle caratteristiche tonalità rossastre, ocra e marroni che hanno dato al pianeta il suo famoso soprannome: il Pianeta Rosso.
Il termine rupes significa “scarpata” in latino, mentre Thyles fa riferimento a una terra mitica dell’estremo nord menzionata nell’Antichità.
Un paesaggio formato da materiali molto diversi
La varietà cromatica osservata in questa zona non è dovuta a un unico materiale. Ogni tonalità ha un’origine diversa e permette di conoscere meglio la storia geologica di Marte.
I settori più scuri sono associati a materiali vulcanici ricchi di minerali come olivina e pirosseno. Entrambi sono abbondanti anche nel mantello terrestre.
L’olivina è composta da magnesio, ferro e silicati, mentre i pirosseni costituiscono un gruppo di minerali silicatici, ricchi di silicio e ossigeno, molto comuni negli strati superiori del mantello terrestre.

Al contrario, le aree di colore azzurro pallido, come quelle osservabili all’interno del cratere, sono ricoperte da anidride carbonica congelata. Vicino al polo sud marziano, questo ghiaccio può persistere anche durante la primavera, la stagione in cui è stata ottenuta l’immagine.
Una delle macchie chiare visibili verso la parte inferiore sinistra corrisponde anch’essa alla regione della calotta polare meridionale. Il nucleo permanente di questa calotta non scompare mai del tutto, anche se su di esso si sviluppa una copertura stagionale di brina di anidride carbonica, che aumenta e diminuisce nel corso dell’anno marziano.
Perché Marte appare di colore viola?
La particolare tonalità violacea che domina gran parte della scena è il risultato di una combinazione di polvere e brina. Ma c’è un dettaglio interessante: il paesaggio non presenta necessariamente lo stesso aspetto durante tutta la giornata.
Le immagini, quindi, non mostrano soltanto quali materiali si trovano sulla superficie marziana, ma anche come le condizioni di illuminazione e i cicli giornalieri possano modificare la percezione di questo paesaggio.
Dune diverse da quelle di altre zone di Marte
La scena permette inoltre di osservare diverse strutture sabbiose. I regimi dei venti di questa regione sono complessi e fanno sì che non compaiano le dune finemente modellate che si possono trovare in altre parti del pianeta.
Si possono distinguere persino le cosiddette creste barcanoidi, strutture arcuate simili alle dune barcane presenti nei deserti terrestri. Queste formazioni hanno due estremità, o “corni”, orientate nella direzione verso cui soffia il vento.
L’origine di una gigantesca scarpata marziana
Thyles Rupes si estende per centinaia di chilometri e anche la sua origine è interessante. La formazione presenta alcune similitudini con le grandi strutture montuose terrestri, anche se Marte non possiede una tettonica a placche attiva come quella che caratterizza il nostro pianeta.
La Terra continua a formare montagne a causa del movimento delle sue placche tettoniche. Marte, invece, è un pianeta con un’unica placca, caratterizzato da una crosta rigida e dall’assenza di tettonica attiva.
Per questo, i ricercatori ritengono che Thyles Rupes si sia probabilmente formata quando l’interno del pianeta era ancora in fase di raffreddamento. Con la contrazione della crosta, alcune zone furono spinte verso l’alto, dando origine a questa enorme scarpata.
Negli ultimi decenni, missioni orbitali come Mars Express, dell’Agenzia spaziale europea, e il Mars Reconnaissance Orbiter, della NASA, hanno permesso di osservare con un livello di dettaglio senza precedenti numerose aree di Marte.
Sebbene il pianeta non presenti più l’intensa attività geologica che caratterizza la Terra, la sua superficie conserva le tracce di processi avvenuti miliardi di anni fa. Ogni nuova immagine aiuta così a ricostruire il suo passato e, allo stesso tempo, permette di comprendere meglio le differenze tra i mondi rocciosi del Sistema solare.