Trovati i dadi più antichi del mondo: cosa rivelano sulla storia del pensiero umano
Il gioco dei dadi è molto più antico di quanto si pensasse. Le nuove scoperte archeologiche rivelano importanti novità che legano insieme mitologia, filosofia e matematica

Recenti studi archeologici pubblicati dall’Università di Cambridge il 2 aprile 2026 dimostrano che il gioco dei dadi era già diffuso nel Nord America dodicimila anni fa.
Sono molti gli oggetti ritrovati che sotto tanti aspetti sono simili ai dadi moderni, e la scoperta è molto interessante perché anticipa l’origine del gioco, che si credeva inventato in Mesopotamia circa seimila anni fa, indietro nel tempo di diversi millenni. Allo stesso tempo anche il suo luogo di origine si sposta di migliaia di chilometri.
Il tutto con varie implicazioni che riguardano non solo l’archeologia e l’etnografia ma anche la storia della matematica, della filosofia e in generale del pensiero umano.
I dadi binari delle Grandi Pianure
Dai racconti dei coloni europei e degli studiosi di inizio ‘900 si sa che il gioco dei dadi era noto in Nord America a partire almeno da duemila anni fa, ma gli oggetti ritrovati di recente sono di molto più antichi.

Le aree geografiche maggiormente interessate dalla scoperta sono le Grandi Pianure occidentali. In particolare i siti del Wyoming orientale, del nord del Colorado e del Nuovo Messico hanno restituito tipologie diverse di dadi.
In genere, però, si tratta di dadi binari: a loro forma è quella di piccoli oggetti in osso o in legno che hanno solo due facce. Non dissimili da altri manufatti simili già noti, ma risalenti ad epoche più tarde, sono di piccole dimensioni in modo che possano essere tenuti in mano due a due.
Colori e simboli diversi si trovano sulle diverse facce che possono essere anche leggermente concave o convesse.
Molto più di un semplice gioco
Gli archeologi non escludono che i dadi trovati servissero anche ad altro, oltre che al semplice gioco, per esempio per predire il futuro nell’ambito di pratiche religiose.
Queste usanze, in effetti, sono già documentate, così come è noto che nelle più antiche culture del Nord America la “fortuna” decisa dal lancio dei dati affondasse le proprie origini nei miti e nella religione.
Secondo la popolazione dei Pawnee, ad esempio, lanciare dei dadi in una ciotola era la rappresentazione della relazione tra i vari regni, quello terreste, quello celeste, quello acquatico e quello sotterraneo.
Le popolazioni Navajo e Maricopa associavano i miti sulla creazione proprio al gioco dei dadi. Secondo la religione del popolo Zuni, l’esistenza stessa degli esseri umani si doveva all’eroe Poseyemu che battendo suo padre, il dio Sole, in una partita a dadi, ottenne il permesso per gli esseri umani di abbandonare il regno degli inferi e vivere sulla terra.
L'importanza della scoperta
Questa scoperta è particolarmente importante per vari motivi.
Questo punto di partenza non si colloca quindi nell’area Mediterranea, da dove proviene il gioco da tavola più antico mai ritrovato fino ad ora, il Gioco Reale di Ur, bensì nel continente americano. Ai popoli nativi di quelle terre è stato quindi restitutito un ruolo molto più centrale nella storia.
Il fatto che i giochi basati sulla fortuna e sul calcolo delle probabilità siano anche di vari millenni più antichi di quanto si pensasse, di conseguenza, dimostra che molto più antica è anche la sperimentazione sui concetti quali probabilità e caso, sebbene ancora ad un livello semplicemente intuitivo. Questi concetti, però, sono gli stessi che col tempo porteranno allo sviluppo di alcune branche della matematica.
Non meno importante, la scoperta dimostra anche che i popoli tribali avevano pratiche di aggregazione come appunto il gioco ed è notevole come alcune di esse siano rimaste sotto molti aspetti invariate fino ad ora.
Fonte:
Robert J Madden - Probability in the Pleistocene: Origins and Antiquity of Native American Dice, Games of Chance, and Gambling. Cambridge University Press (2026)
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