L’Europa contro la fast fashion: le nuove regole per ridurre gli sprechi di uno dei settori più inquinanti al mondo

Fast fashion ma anche moda di lusso, gli sprechi del settore tessile continuano a inquinare il mondo. A partire da luglio 2026 entra in vigore il nuovo regolamento EU che vieta lo smaltimento dei capi invenduti

Balle di rifiuti tessili in attesa di essere smaltiti
Balle di rifiuti tessili in attesa di essere smaltiti

Da molti anni, ormai, l'industria della moda è costantemente sul podio dei settori più inquinanti al mondo insieme all’industria energetica e all’agroalimentare.

Con un nuovo regolamento che entrerà in vigore a partire da luglio 2026, l’Unione Europea sta provando a contenere gli sprechi, enormi, del settore fast fashion ma anche dei brand di lusso.

Ecco quali sono le novità.

Il problema dalla sovrapproduzione

Inquinamento globale, sfruttamento dei lavoratori e rischi per la salute, a cui si aggiunge la spinta sempre più forte verso l’acquisto compulsivo di capi di scarsa qualità, grazie ai costi molto bassi.

La moda usa e getta ha una lunga serie di criticità, difficili da risolvere. L’Unione europea, però, ha emanato un nuovo regolamento che cerca di arginare uno di questi problemi, e cioè lo spreco in fase di produzione.

Secondo stime della Ellen MacArthur Foundation, fondazione con lo scopo di spingere la transizione verso l'economia circolare, nel mondo si producono oltre 100 miliardi di capi all’anno, e solo in Europa ogni anno vengono eliminati circa 6 milioni di tonnellate di capi tessili completamente nuovi, destinati al macero senza mai essere stati immessi sul mercato.

Le aziende, anche quelle di lusso, eliminano migliaia e migliaia di capi ogni volta che deve uscire una nuova collezione, per mantenere alti i prezzi e non svalutare il nome del brand lasciando che arrivino nei negozi capi firmati a prezzi troppo bassi.

Uno dei modi più efficaci per limitare lo spreco è intervenire alla radice del problema, impedendo la sovrapproduzione sistemica di abiti e scarpe.

Come ripensare la produzione nel settore della moda

Il regolamento europeo sull’Ecodesign di Prodotti Sostenibili ha introdotto a partire dal 2024 alcuni requisiti che riguardano la durabilità, la riparabilità e la riciclabilità dei capi. Ad essi si aggiunge adesso il divieto di distruggere i beni rimasti in magazzino, che potranno però essere riciclati o donati.

Tutto questo, per i grandi produttori, vuol dire rivedere la scelta dei materiali e la progettazione dei capi in modo da renderli più duraturi e più facilmente riciclabili, ma anche pianificare diversamente la produzione.

Per portare la produzione dei capi a livelli più sostenibili le aziende di moda potranno avvalersi delle nuove tecnologie.

Sistemi predittivi sempre più avanzati e più accurati potranno fornire dati da usare in modo strategico per pianificare la produzione in base alle reali richieste del mercato. Questo eviterà la realizzazione in massa di abiti e accessori da cui derivano le eccedenze.

La normativa infatti riguarda le grandi imprese in primis, che dovranno adeguarsi a partire dal 19 luglio 2026. Le imprese medie hanno tempo invece fino al 2030, mentre per il momento non sono coinvolte le piccole imprese.

Il prezzo dello smaltimento dei rifiuti tessili

I capi invenduti dalle aziende vengono smaltiti con sistemi opachi quasi sempre nei paesi in via di sviluppo, che pagano un costo ambientale e sociale altissimo.

La pila di rifiuti provenienti dall'industria della moda nel deserto di Atacama
La pila di rifiuti provenienti dall'industria della moda nel deserto di Atacama

Tra le aree più colpite c’è il deserto di Atacama in Cile, un paradiso naturale che raccoglie tonnellate di rifiuti tessili provenienti da Asia, Nord America e Europa. Nel 2023 una foto satellitare ha mostrato una montagna di rifiuti così grande da essere visibile dallo spazio.

Tristemente noto anche il caso di Accra, in Ghana, dove la crisi è anche sanitaria. Parte di questi rifiuti, infatti, viene bruciata illegalmente e poiché la materia prima è a base di fibre sintetiche, il materiale lasciato al sole o bruciato rilascia microplastiche e sostanze chimiche nel terreno e nell’aria.

Molto simile la situazione di Panipat, a un centinaio di chilometri da New Delhi, che raccoglie 100.000 tonnellate di vestiti all'anno in arrivo da tutto il mondo e ha il poco invidiabile primato di essere considerata la capitale globale della raccolta degli abiti, usati o no.