La voglia di espatriare è legata ad un’anomalia genetica? Ecco cosa dice la scienza
Nomadi, migranti e grandi viaggiatori: chi cerca una nuova vita lontano da casa lo fa per ragioni economiche e sociali, ma non solo. A quanto pare la propensione a partire è anche biologica

Spostarsi, anche molto lontano, per cercare qualcosa che non si trova nella propria città o nel proprio paese è qualcosa che gli esseri umani fanno da sempre.
Il desiderio, che è spesso una vera e propria esigenza, molto spesso nasce da questioni economiche o legate allo studio e più in genere dalla necessità di trovare nuove opportunità.
Dai popoli nomadi dell’antichità ai moderni flussi migratori, le persone si sono sempre mosse in cerca di condizioni di vita migliori. Da uno studio recente, però, è emerso che potrebbe esserci anche un’altra causa per questo fenomeno, da ricercare nella genetica.
I profili genetici dei viaggiatori
Nel febbraio del 2026 si è concluso uno studio condotto nel Regno Unito dal neurogenetista Jacob Michaelson con i suoi collaboratori.
Sono state prese in esame circa duecentocinquantamila persone, volontari parte della UK Biobank, la banca dati genetica del Regno Unito.
Le persone scelte non sono state selezionate in base allo stile di vita o alla propensione a viaggiare, ma i ricercatori hanno utilizzato dati relativi a fattori come il luogo di origine, il livello d’istruzione, lo stato di salute e il DNA.
La ricerca si è basata su un confronto tra quanto lontano nella vita si fossero spinte queste persone, e i rispettivi profili genetici. In particolare sono state prese in esame alcune piccole variazioni nel DNA per verificare se, a livello statistico, esiste una correlazione tra tali variazioni e l’attitudine a viaggiare.
Il "gene del viaggiatore", tra fantasia e realtà
La maggior parte delle varianti identificate dalla ricerca riguarda i neuroni eccitatori, quelli che hanno a che fare con l’apprendimento, la pianificazione, la capacità di prendere decisioni e di valutare i rischi.
Sembrerebbe che la volontà di lasciare la propria casa e spostarsi lontano sia collegata anche a differenze nei tratti cognitivi come l’abilità di pianificare a lungo termine, di gestire gli imprevisti e di aprirsi ad esperienze nuove.

Questo non vuol dire che esista un gene del viaggiatore, perché le cause principali delle migrazioni rimangono comunque economiche, storiche e sociali, ma è possibile che ci sia anche una componente biologica che in alcune persone rende più probabile la decisione di spostarsi rispetto ad altre che tendono a rimanere nel luogo di origine.
Cosa si sa dei nomadi del passato
Lo studio ha coinvolto anche soggetti vissuti molto indietro nel passato, prendendo in esame i genomi di più di milletrecento persone dell’antichità, fino a diecimila anni fa. Il risultato di questa ricerca coincide con quelli ottenuti dallo studio sui viaggiatori moderni.
Anche in questo caso, confrontando il DNA dei soggetti con la distanza tra luoghi di nascita e di sepoltura, è emerso che le stesse varianti nei neuroni di chi si è spostato più lontano si trovano anche nei nomadi dell'antichità, sebbene un po' meno spesso.
Il fatto che nel corso del tempo la variazione che favorisce gli spostamenti a lungo raggio sia diventata più frequente lascerebbe pensare ad una sorta di selezione naturale. Chi era più incline ai viaggi tendeva a sopravvivere più a lungo e alla fine quei geni sono prevalsi.
Chi viaggia è anche più smart?
A completare la ricerca c’è un ulteriore dettaglio importante, emerso da una nuova analisi effettuata su dati statunitensi.
Sembra che ci sia un collegamento tra un migliore sviluppo di alcune aree, e la maggiore concentrazione all'interno di esse di persone in cui è più evidente la variazione genetica.
L’ipotesi più valida è che le persone che sono per natura più propense a rischiare, a pianificare e a tentare qualcosa di nuovo, possano anche portare nuove competenze e una maggiore inclinazione nel prendere iniziative, magari anche imprenditoriali, dando così una spinta alla crescita economica.
Fonte:
Elie Dolgin - Wanderlust may be written in our DNA. ScienceNews