Quando ottobre perse dieci giorni di colpo: cosa successe nel 1582
Ottobre 1582 durò appena 21 giorni. Dieci giorni furono cancellati per decreto papale, e il motivo era la Pasqua, che rischiava di scivolare verso l'estate. Quella riforma ha dato origine al calendario che usiamo ancora oggi, il calendario gregoriano.

Ci sono mesi che sembrano uguali agli altri, e poi c'è l'ottobre del 1582. In quel mese, in gran parte dell'Europa cattolica, i giorni dal 5 al 14 semplicemente non esistettero. Si andò a letto giovedì 4 e ci si svegliò venerdì 15.
Il calendario che usiamo oggi nasce proprio da quel salto. Si chiama calendario gregoriano, e per capire perché fu necessario dobbiamo fare un passo indietro, fino a Giulio Cesare.
24 febbraio 1582: la riforma di Gregorio XIII
Il 24 febbraio 1582 papa Gregorio XIII firmò la bolla Inter gravissimas, con cui ordinava una profonda riforma del calendario. Da lui prese il nome: il calendario gregoriano.
Fino a quel momento, per oltre milleseicento anni, in Europa era stato in vigore il calendario giuliano, introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C. Aveva funzionato benissimo, ma nascondeva un errore minuscolo. Molto piccolo, sì, ma non innocuo.
Il calendario giuliano e quei 11 minuti di troppo
Il calendario giuliano stabiliva che l'anno durasse in media 365,25 giorni: tre anni duravano 365 giorni mentre il quarto, il bisestile, ne durava 366 (con il famoso 29 febbraio). Era una correzione geniale, perché un anno solare, cioè il tempo che la Terra impiega a compiere un giro attorno al Sole, dura 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Senza il giorno in più ogni quattro anni, le stagioni si sarebbero spostate rapidamente rispetto alle date.
Undici minuti sembrano niente. Ma moltiplicati per i secoli diventano giorni: circa un giorno di scarto ogni 128 anni.
Il pericolo: la Pasqua in estate
Nel 325 d.C., il Concilio di Nicea aveva stabilito che la Pasqua si celebrasse la prima domenica dopo il primo plenilunio successivo all'equinozio di primavera, che la Chiesa fissava convenzionalmente al 21 marzo.

Nel 1582, però, sul calendario le cose non tornavano più: l'equinozio "vero" cadeva ormai attorno all'11 marzo, cioè dieci giorni prima della data convenzionale. Le date avevano preso a scivolare rispetto alle stagioni, e con loro la Pasqua. Lasciando le cose com'erano, nel giro di qualche secolo la festività più importante del cristianesimo sarebbe finita in piena estate, lontanissima dalla primavera che la tradizione voleva.
Per la Chiesa era un problema serio. Bisognava intervenire, e in fretta.
La soluzione drastica: cancellare dieci giorni
La bolla di papa Gregorio stabilì che dopo giovedì 4 ottobre 1582 si passasse direttamente a venerdì 15 ottobre. Per riportare l'equinozio al 21 marzo, si toglievano dieci giorni, dal 5 al 14, e il giorno dopo San Francesco, che si celebra il 4, si sarebbe chiamato 15.
Quei dieci giorni, semplicemente, non sono mai esistiti.
Lo adottarono subito i grandi paesi cattolici: Italia, Spagna, Portogallo, Francia, e territori dell'attuale Polonia, Lituania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Altri, come Austria, Svizzera cattolica, Boemia e Moravia, lo fecero negli anni successivi. I paesi protestanti e ortodossi rifiutarono: qualcuno ci mise secoli. La Gran Bretagna lo adottò solo nel 1752, la Russia nel 1918, la Grecia nel 1923.
Una seconda correzione: meno anni bisestili
Togliere dieci giorni risolveva il problema accumulatosi nel passato, ma non quello del futuro. Così la riforma introdusse una regola nuova per gli anni bisestili.

Restavano bisestili gli anni divisibili per 4, ma tra gli anni di inizio secolo lo sarebbero stati soltanto quelli divisibili per 400. Questa regola, decisa nel 1582 e valida ancora oggi, ha fatto sì che il 1800 e il 1900 non siano stati bisestili, mentre il 2000 sì. In questo modo si eliminano tre bisestili ogni quattrocento anni, e l'errore dei famosi 11 minuti viene tenuto sotto controllo.
Gli effetti della riforma gregoriana che vediamo ancora oggi
Sono passati oltre 440 anni, ma quella riforma non è affatto archiviata. Il calendario che usiamo oggi è il calendario gregoriano, lo stesso deciso mezzo millennio fa.
Ma la cancellazione di dieci giorni dall'ottobre del 1582 ha avuto effetti ancora visibili oggi. Alcuni esempi di seguito.
Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia
Il proverbio dice una cosa che, oggi, è sbagliata: Santa Lucia cade il 13 dicembre, circa una settimana e mezza prima del solstizio d'inverno. Quando il proverbio nacque, però, il calendario giuliano era ancora in vigore e le date scivolate all'indietro facevano sì che il 13 dicembre coincidesse davvero con il giorno più corto dell'anno. Il calendario è cambiato, il detto è rimasto.
Il Natale ortodosso
Diverse Chiese ortodosse usano ancora il calendario giuliano per le loro feste, e per questo il loro Natale cade dopo il nostro. È una differenza che nasce direttamente da quel rifiuto del 1582.
Shakespeare, Cervantes e la Giornata del Libro
Il 23 aprile è la Giornata mondiale del Libro perché in quella data del 1616 si ricorda la morte di Shakespeare e di Cervantes. C'è però un dettaglio: la Spagna usava il calendario gregoriano, l'Inghilterra ancora quello giuliano. Così, in realtà, i due autori non morirono lo stesso giorno: quando in Inghilterra era il 23 aprile, in Spagna era già il 3 maggio. Anche il "gemellaggio" letterario più celebre del mondo, insomma, è figlio di un calendario sfasato.