Come si è formato l’Etna? La scienza svela la nascita di uno dei vulcani più strani d’Europa

Un nuovo studio propone che l’Etna sia alimentato da piccole riserve di magma nel mantello superiore, spinte verso la superficie dai movimenti tettonici: un meccanismo raro, simile ai vulcani petit-spot delle placche oceaniche profonde.

Il vulcano Etna è unico nel suo genere, un ibrido tra diverse tipologie di vulcani.
Il vulcano Etna è unico nel suo genere, un ibrido tra diverse tipologie di vulcani.

L’Etna giace sulla costa ionica della Sicilia orientale. La sua sagoma è continuamente modificata da colate, esplosioni e accumuli di materiale vulcanico. E’ tra i vulcani più studiati e sorvegliati al mondo, ma nonostante ciò la sua origine ha rappresentato a lungo un enigma.

Se da un canto la vicinanza alla regione di subduzione della placca ionica può spiegarne in modo naturale la formazione, di contro le sue lave hanno una composizione più simile a quelle che emergono dai vulcani sottomarini che si formano sopra gli hot-spot, cioè punti caldi di risalita del magma che si trovano non ai bordi ma al centro delle placche.

Un nuovo studio internazionale propone che l’Etna sia una sorta di “tubatura difettosa” attraverso la quale risalgono magmi già presenti nelle profondità terrestri, meccanismo raro finora associato soprattutto a piccoli vulcani sottomarini.

Un vulcano che non rispetta le regole

Generalmente sono tre i contesti che danno luogo alla formazione di vulcani.

Ad esempio, lì dove due placche si allontanano viene favorita la risalita di magma dal mantello, generando una serie di vulcani, come avviene lungo le dorsali oceaniche.

Oppure è la subduzione di una placca che sprofonda sotto un’altra che favorisce la formazione di magmi viscosi e spesso vulcani esplosivi.

Esistono infine i punti-caldi dove al centro di una placca si ha risalita di magma in superficie, come nel caso delle Hawaii.

Ebbene, l’Etna non si inquadra in nessuna di queste categorie o se vogliamo ne rappresenta una sorta di ibrido.

L'Etna mostra caratteristiche ibride tra diverse tipologie di vulcani

È vero che sorge dove la placca ionica sprofonda sotto quella calabra, ma la sua lava ha la composizione osservata nei vulcani sottomarini a punto-caldo. Inoltre, la composizione chimica delle sue lave e la loro quantità è cambiata nel tempo, con contenuti alcani e volumi eruttati sempre maggiori.

Eruzione dell'Etna fotografata dalla Stazione Spaziale Internazionale ISS.
Eruzione dell'Etna fotografata dalla Stazione Spaziale Internazionale ISS.

In uno studio, pubblicato nel 2026 sul Journal of Geophysical Research: Solid Earth, Sébastien Pilet e colleghi dell’Università di Losanna e dell’italiana INGV hanno ricostruito l’evoluzione chimica delle lave dell’Etna. Dal loro studio si evince che la sorgente del magma è rimasta sempre profonda, sebbene la chimica sia sostanzialmente cambiata.

Una riserva di magma a 80 chilometri di profondità

A differenza di altri vulcani, secondo questo nuovo modello elaborato da Pilet e collaboratori, l’Etna attinge la propria lava da una serie di sacche magmatiche posizionate ad una profondità di circa 80 km in una zona del mantello superiore.

Il magma sale in superficie, in maniera più o meno violenta, quando queste sacche vengono “spremute” dai movimenti di deformazione della placca ionica, movimenti che periodicamente aprirebbero delle fratture nella litosfera permettendo la risalita del magma.

Il processo che mantiene l’Etna un vulcano attivo è stato paragonato alla spremitura di un’arancia

Quando la placca si piega e si deforma, il magma viene spinto fuori attraverso le zone più fragili.

Il flusso di lava che fuoriesce dall’Etna non è dovuto alla presenza di un’unica camera magmatica ma al drenaggio intermittente di piccole sacche che a seconda della loro deformazione producono fontane di lava, colate relativamente tranquille, emissioni di cenere ed eruzioni laterali perché il magma segue percorsi differenti e attraversa serbatoi posti a varie profondità.

Un gigantesco vulcano “petit-spot”

L’Etna potrebbe rappresentare una versione eccezionalmente grande e longeva dei vulcani petit-spot. Questi si formano nei fondali oceanici, lì dove nella placca si creano delle fratture che permettono la risalita del magma. Solo che i vulcani petit-spot raggiungono elevazioni di qualche centinaio di metri, per cui rimangono vulcani sottomarini, mentre l’Etna si erge ad una quota di 3400 metri.

In rosso i confini delle due placche africana ed euroasiatica i cui movimenti alimentano l'attività dell'Etna. Credit: INGV
In rosso i confini delle due placche africana ed euroasiatica i cui movimenti alimentano l'attività dell'Etna. Credit: INGV

Ancora c’è molto da studiare per verificare la correttezza di questo modello, come anche c’è da comprendere la complessa rete di condotti che si dirama sotto lo stesso.

Comprendere i meccanismi alla base dell’attività eruttiva dell’Etna permetterà di valutare la durata delle fasi eruttive e migliorare, nel lungo periodo, gli scenari di pericolosità.

L’Etna rimane un vulcano atipico fuori dagli schemi: come altri vulcani è nato vicino a una zona di subduzione, tuttavia i suoi magmi hanno caratteristiche tipiche dei vulcani intraplacca, e forse è cresciuto attraverso un meccanismo simile a quello di minuscoli vulcani oceanici. È proprio questa combinazione a renderlo uno dei laboratori naturali più straordinari della Terra.

Riferimento della notizia

Pilet, S., Reymond, J., Rochat, L., Corsaro, R. A., Chiaradia, M., Caricchi, L. & Müntener, O.. (2026). Mount Etna as a Leaking Pipe of Magmas From the Low Velocity Zone.