26 settembre, quasi 30 anni di terremoti in Italia centrale: 1997, 2009, 2016, "l'Appennino si stira"
Il 26 settembre del 1997 un terremoto scuoteva l'Umbria e le Marche, devastando centri abitati, causando vittime e feriti e causando gravi danni al patrimonio artistico e architettonico. Nel 2009 e 2016 nuovi eventi sismici hanno colpito nuovamente l'Appennino centrale. Cosa succede a livello geologico?

Il 26 settembre di ogni anno l'Italia ricorda il terremoto che sconvolse Umbria e Marche nel 1997. Quest'anno ricorre il ventinovesimo anniversario di quell'evento, che causò vittime, distruzione e aprì una ferita nel cuore dell'Italia, rappresentata dal drammatico crollo della volta della Basilica di San Francesco ad Assisi.
Purtroppo, il sisma del 26 settembre 1997 fu solo il primo di una sequenza che negli anni successivi avrebbe colpito ripetutamente la stessa dorsale appenninica centrale, fino ai disastri più recenti del 2009 (L'Aquila) e del 2016-2017 (sequenza sismica di Amatrice-Norcia-Visso).
26 settembre 1997: la notte e il giorno che sconvolsero Umbria e Marche
Tutto cominciò nella notte tra il 25 e il 26 settembre 1997, quando una scossa di magnitudo 5,7, con epicentro a Cesi, vicino Colfiorito, colpì l'area di confine tra Umbria e Marche, causando le prime due vittime. I danni maggiori si concentrarono nei comuni di Foligno e Nocera Umbra, dove numerosi edifici furono danneggiati o resi inagibili.
Poche ore dopo, alle 11.40 del mattino, una seconda scossa, ben più forte, di magnitudo 6,0 e con epicentro ad Annifo, tornò a colpire la stessa zona, provocando nuovi crolli e altre otto vittime. Il bilancio complessivo fu di 11 morti e danni ingentissimi su un'area vastissima dell'Italia centrale.
Le scosse non si fermarono al 26 settembre: la sequenza sismica proseguì per mesi, fino ai primi mesi del 1998, costringendo migliaia di sfollati a vivere per anni nei container. Fu il terremoto più grave dai tempi dell'Irpinia, nel 1980. Le vittime furono 13.
Una svolta per la sismologia italiana
Il terremoto di Umbria e Marche non fu solo una tragedia umana e culturale: rappresentò, secondo l'INGV, uno spartiacque per la sismologia italiana. Per la prima volta il Paese poté contare su dati di alta qualità raccolti dalle reti di monitoraggio a terra e dai satelliti, che permisero di ricostruire con precisione mai raggiunta prima le caratteristiche delle faglie attivate e i meccanismi che generano i terremoti appenninici.
Fu inoltre il primo evento, dopo l'Irpinia, a lasciare tracce visibili di fagliazione superficiale sul terreno.
Dal 1997 al 2016: la stessa catena, nuove ferite
Il disastro del 1997 non restò un caso isolato. Il 6 aprile 2009 un violento terremoto colpì L'Aquila e numerosi comuni abruzzesi, causando centinaia di morti. Sette anni più tardi, il 24 agosto 2016, ebbe inizio la sequenza sismica di Amatrice, Visso e Norcia, proseguita nel 2017, che aggiunse altre centinaia di vittime e nuove, gravissime distruzioni in una vasta area tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo.
In appena vent'anni, tra il 1997 e il 2016, i terremoti dell'Italia centrale hanno causato complessivamente oltre 600 vittime.
I principali terremoti degli ultimi trent'anni nell'Appennino centrale:
- 1997-1998 — Sequenza sismica tra Umbria e Marche
- 2009 — Terremoto de L'Aquila e dell'Abruzzo
- 2016-2017 — Sequenza sismica Amatrice-Norcia-Visso
Come osservato dall'INGV, in questi ventinove anni si è assistito a un progressivo cedimento di un tratto della catena appenninica lungo oltre 150 chilometri, da Nocera Umbra a L'Aquila: non eventi isolati, dunque, ma tasselli di uno stesso processo geologico in atto.
Perché l'Appennino "sta cedendo"
Per capire questa lunga catena di terremoti bisogna guardare alla storia geologica della catena appenninica. L'Appennino è il risultato di un processo di collisione iniziato circa 20 milioni di anni fa tra la placca Adria, a est, e la placca Europea, a ovest: quest'ultima è scivolata sopra la prima, costringendola a inabissarsi mentre si spostava verso est. Questo movimento continua ancora oggi: è l'effetto di una tettonica compressiva, fatta di faglie inverse che accorciano la crosta terrestre. Questa fase di compressione si sta però spostando sempre più verso est, verso l'Adriatico.
A partire da circa 10 milioni di anni fa, nella parte più interna della catena si è instaurato un secondo regime tettonico, questa volta estensionale, tuttora dominante. È questo il meccanismo che ha dato origine ai bacini intra-appenninici, come quello de L'Aquila o di Rieti: la crosta, invece di accorciarsi, viene letteralmente "stirata" e si allunga, grazie a faglie dirette che tagliano trasversalmente le più antiche faglie inverse.
In sintesi, l'Appennino vive oggi due dinamiche opposte: si accorcia ai margini, mentre si estende internamente. Ed è proprio questa estensione interna — con un tasso di 2-4 millimetri l'anno perpendicolare alla catena — a generare i terremoti "normali" su faglie dirette che da trent'anni continuano a colpire il settore centro-settentrionale dell'Appennino: da Colfiorito a L'Aquila, da Amatrice a Norcia.
Riferimento della notizia
Zanichelli. (2023). La geologia dei terremoti sull’Appennino.