I filtri biomimetici: imitare la natura contro l’inquinamento da microplastiche
Le microplastiche sono uno dei nemici dell’ambiente più difficili da sconfiggere e più dannosi per la salute. Nuove idee che combinano natura e tecnologia potrebbe essere la soluzione al problema

Minuscoli frammenti di plastica, invisibili a occhio nudo, si accumulano in continuazione sulla terra e nell’acqua, derivati dalla frammentazione dei rifiuti o rilasciate da prodotti industriali.
Sono queste le microplastiche, nemici molto pericolosi poiché si trovano nell’acqua da bere e nel cibo, e anche perché sono particolarmente persistenti.
Il problema della loro eliminazione è diventato prioritario già da alcuni anni ma di recente i filtri biomimetici, ispirati ai normali meccanismi naturali, stanno fornendo possibili soluzioni. In particolare un’idea degli studiosi dell’università del Missouri sta prendendo piede per unire lo smaltimento dei micro rifiuti plastici al loro riciclaggio, e potrebbe segnare un punto di svolta.
La risposta della natura alle microplastiche
Le microplastiche sono così difficili da intercettare, e quindi smaltire, perché anche i moderni impianti di depurazione non hanno filtri abbastanza efficaci da catturare particelle così piccole. Quello che non riesce a fare la tecnologia, però, può farlo la natura.
Studi europei recenti, che hanno coinvolto anche le università italiane, hanno già dimostrato che le alghe riescono a intrappolare le microplastiche e altri agenti contaminanti come azoto e batteri. L’idea è di potenziare questa capacità innata con la tecnologia.
È stato progettato quindi un nuovo tipo di alga geneticamente modificata, in grado di catturare le microplastiche ancora più efficacemente.
La tecnologia che aiuta la natura
La modifica delle alghe consiste nel rendere queste piante acquatiche capaci di produrre il limonene, la sostanza naturale che dà agli agrumi il loro profumo tipico e che le rende idrorepellenti, proprio come le microplastiche.
Le alghe sono al momento coltivate solo in laboratorio, ma se venissero lasciate vivere e riprodurre in natura potrebbero crescere anche nelle acque reflue contribuendo alla loro depurazione.
La ricerca non è ancora completa perché manca una sperimentazione su vasta scala, come in habitat naturali complessi o in grossi impianti industriali. Inoltre in natura le condizioni ambientali come pH, luce e temperatura sono sempre diversi.

I risultati comunque sono molto promettenti, con una percentuale di sedimentazione delle microplastiche fino al 32%, tanto che già si sperimenta l’utilizzo delle alghe geneticamente modificate contro l’inquinamento atmosferico.
Gli strumenti di supporto alla ricerca
Tra il 2025 e il 2026 la lotta alle microplastiche si è fatta più serrata, con strumenti sempre più mirati.
Il microscopio Raman, ad esempio, è di nuova generazione ed in grado di rilevare con precisione e identificare molti tipi diversi di microplastiche. Questo permette di valutare l’efficacia delle possibili soluzioni, come appunto l’utilizzo delle alghe.
Il Mediterraneo è uno dei mari più colpiti da questo tipo di inquinamento. Con un volume dell’1% delle acque marine globali, contiene il 7% delle microplastiche. Per questo motivo è diventato l’epicentro del progetto MESTRI che entro il 2027 svilupperà un modello per prevedere i punti di accumulo delle microplastiche.
L’informazione è preziosa perché consente anche di capire dove è più urgente intervenire.
Gli altri potenziali filtri biomimetici
Sulla base di tutti questi dati e di tanti altri, si pensa sempre più spesso a come realizzare nuovi materiali ispirati al mondo della natura, che sono tra i più efficaci per contrastare le microplastiche secondo uno studio del 2025, pubblicato su RSC Sustainability.
Il loro funzionamento è simile a quello delle alghe, con la possibilità, per questi materiali a basso impatto ambientale, di attrarre le particelle plastiche e formare masse più grandi e quindi facili da recuperare.
I filtri biomimetici ispirati alle branchie dei pesci sono tra i più efficaci in laboratorio, come le alghe. Le branchie infatti sono dei filtri complessi che possono catturare particelle infinitesimali e spingerle verso punti di accumulo e quindi di raccolta.
Un altro progetto interessante è quello del 2026 ispirato alle foglie di loto. Questa pianta infatti ha foglie dalla superficie rugosa, molto idrorepellente. Nei filtri ad esse ispirati, l’acqua quindi scivola via, mentre le particelle inquinanti vengono trattenute.
Riferimenti della notizia
Ilaria Rossella Pagliaro - Così le alghe coltivate in laboratorio riescono a rimuovere le microplastiche dall’acqua