Guerra all'Iran, ecco perché il conflitto voluto da Trump potrebbe spingere ancora di più le rinnovabili
Continua l’escalation militare nel golfo, i bombardamenti colpiscono anche impianti petroliferi e aumenta oltre 100$ il prezzo del barile di petrolio. C’è un precedente storico, la crisi petrolifera del 1973. Ecco perché la vera soluzione di autonomia energetica sono le fonti rinnovabili.

Il Medio Oriente è il cuore del mercato energetico fossile globale. La guerra scatenata da USA e Israele contro l’Iran ha fatto salire il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile, ai livelli più alti dal 2022.
Preoccupano aspetti geopolitici e geografici che potrebbero portare non solo al rialzo dei prezzi ma anche a carenza fisica di petrolio e gas sui mercati globali. Circa il 20% del petrolio mondiale passa dallo Stretto di Hormuz, vicino alle coste iraniane.
A questo aspetto si aggiungono gli impatti ambientali, i bombardamenti contro depositi di carburante hanno un pesante impatto. Quando il petrolio diventa molto caro, le alternative energetiche diventano più competitive.
Il precedente: l’austerity del 1973
Il primo grande caso di crisi energetica globale fu la crisi del petrolio del 1973. L’epicentro fu sempre il medio oriente. In quell’anno i paesi arabi dell’OPEC decisero un embargo petrolifero contro gli Stati che sostenevano Israele durante la guerra dello Yom Kippur. I paesi produttori di petrolio decisero di ridurre la produzione, aumentare drasticamente i prezzi e di attuare un embargo petrolifero verso alcuni paesi occidentali.
Gli effetti furono enormi: il prezzo del petrolio quadruplicò, molti paesi occidentali entrarono in recessione. In Italia furono adottati provvedimenti di austerità, a causa della carenza fisica di petrolio e derivati. Tra dicembre 1973 e inizio 1974 in alcune domeniche fu vietato il traffico privato, poi per altre fu adottata la circolazione a targhe alterne.
Le immagini d’epoca mostrano città con strade vuote, incluse Roma, Milano, Firenze. Molti andarono in bicicletta o in monopattino non motorizzato, tornarono a vedersi circolare i cavalli.
In quell’occasione nacque per la prima volta la consapevolezza della dipendenza energetica. Si iniziò, anche a seguito della seconda crisi petrolifera del 1979, a parlare di energie alternative e di risparmio energetico. Peraltro la seconda crisi energetica del 1979 fu provocata proprio dalla rivoluzione iraniana che destabilizzò uno dei principali produttori mondiali di petrolio. La produzione calò e il prezzo del petrolio raddoppiò nuovamente.
Le rinnovabili diventano più convenienti
Solare, eolico e altre fonti rinnovabili, incluso le batterie di stoccaggio, hanno costi in rapido calo da anni. Resiste però ideologicamente il pensiero che le fonti fossili siano più convenienti ed anche illimitate. Così non è, le fonti fossili sono soggette al picco di Hubbert, ed hanno dei costi di esternalità, in particolare nel cambiamento climatico, molto alto. In poche parole possono convenire a breve termine ma non lo sono a lungo termine.
Quando il petrolio e il gas aumentano di prezzo il tempo di ritorno economico degli impianti rinnovabili si riduce ulteriormente. Le imprese accelerano così gli investimenti, e i governi dovrebbero spingere al loro uso anche per aumentare l’ autonomia energetica.
È esattamente quello che è successo dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022: la crisi energetica ha fatto aumentare gli investimenti in solare e batterie, soprattutto in Europa.
Le guerre accelerano la necessità di “sicurezza energetica”
Si parla da tempo del concetto di autonomia energetica, lo stesso ministero dell’ambiente ora ha aggiunto il nome in “e della sicurezza energetica”. È un concetto caro ai politici, ma che in realtà sottintende aspetti geopolitici non indifferenti.
Se l’energia fossile scarseggia, volerla ottenere a tutti i costi può implicare azioni estreme appunto come le guerre per l’energia. L’Italia poi, e anche molti paesi europei, per ragioni geologiche hanno da tempo i giacimenti di petrolio e gas in declino di produzione, avendo raggiunto da anni il picco di produzione. Non entriamo nel dettaglio, ma non è vero che per esempio sotto l’Adriatico ci sarebbe un “mare di gas”.
Il conflitto nel Golfo ricorda ai governi una cosa fondamentale: dipendere dal petrolio importato è un rischio geopolitico e di sicurezza, oltre che deleterio per clima e ambiente. La vera autonomia energetica la possono dare solo le fonti rinnovabili unite all’efficienza energetica.
Insomma, non è solo per il clima ma anche e soprattutto per l’energia che la transizione energetica conviene. Meno petrolio significa meno vulnerabilità geopolitica, ambiente migliore, lotta ai cambiamenti climatici e non ultimo meno guerre e più pace.