Un glaciologo mette in guardia sull'impatto dei cambiamenti climatici nei disastri glaciali tra Nepal e Tibet

Il disastro in Nepal è un monito ulteriore dei pericoli indotti dalla crisi climatica: la conseguenza del ritiro dei ghiacciai non è solo il cambio del paesaggio. Ecco le prime ipotesi sul ruolo del riscaldamento globale nella catastrofe del 26 agosto.
Il Nepal è stato colpito da una delle più drammatiche catastrofi idrogeologiche e glaciali del 2026. Lo scorso 26 agosto, ricordiamo, un ghiacciaio d’alta quota, a oltre 5000 metri, è collassato generando una gigantesca frana di ghiaccio e roccia che, scendendo a valle, ha generato una grande alluvione lampo. Drammatici gli impatti su villaggi, turisti e alpinisti, impianti idroelettrici a valle e soprattutto sulla popolazione locale.
A differenza di alcune notizie delle prime ore, non risulta né la presenza un lago glaciale preesistente né di un bacino artificiale all'origine o come causa dell'evento. Qual è il ruolo dei cambiamenti climatici in questo evento? Ecco le prime ipotesi formulate da un professore universitario dell’Università di Bristol.
Cosa sta succedendo ai ghiacciai dell’Himalaya
A fornire alcune notizie e chiarimenti è il prof. Jonathan Bamber, docente di glaciologia e osservazioni della Terra all’Università di Bristol. In un articolo pubblicato su The Conversion, fa presente che otto delle quattordici cime di oltre 8000 metri si trovano proprio in Nepal. La parte settentrionale del paese ha una orografia particolarmente ripida, il che la rende facilmente soggetta a frane, colate di pietre, valanghe e crolli di ghiacciai.
Il riscaldamento globale dovuto alle attività umane qui è particolarmente marcato, in modo simile a quanto avviene nelle regioni polari il tasso di aumento delle temperature è più alto della media globale.
In base a dati satellitari e misure da terra, fra il dal 1976 e il 2024 il bilancio di massa dei ghiacciai mostra un'accelerazione della perdita di ghiaccio nell'ultimo decennio. Nell'High Mountain Asia (HMA), che comprende l'Himalaya, il ritmo di perdita è aumentato di circa il 25%; nelle Alpi europee è più che raddoppiato.
I pericoli del ritiro dei ghiacciai
La prima conseguenza della fusione dei ghiacciai è il rilascio di acqua di fusione. Si formano così torrenti di fusione che alimentano a loro volta ampi sistemi fluviali. Tuttavia c’è un altro grave problema e pericolo: i ghiacciai si trovano sul permafrost, terreno ghiacciato anche in profondità.
Con l’aumento delle temperature, il permafrost si scongela e roccia e ghiacciao diventano instabili. La conseguenza sono frane e destabilizzazione del ghiaccio nei terreni scoscesi.
Questo processo si somma all’instabilità del ghiacciaio stesso, che può avere parti in posizioni tali in cui si crea una sorta di tipping poing, punto critico o di non ritorno. In Italia, lo abbiamo purtroppo visto bene nel disastro della Marmolada del luglio 2022.
Focus Nepal e Tibet
Nel caso della catastrofe nel Tibet e Nepal, dobbiamo immaginare un gigantesco blocco di ghiaccio lungo circa 600 metri e alto 50 metri. Crollando, una massa di oltre mezzo milione di tonnellate è scesa a valle, scatenando purtroppo quel che abbiamo visto.

Crolli minori, ma comunque pericolosi, sono ben noti agli alpinisti. I seracchi collassano spesso nelle ore più calde, gli alpinisti cercano quindi di superare le barriere di seracchi di notte o al mattino presto. Il ritiro dei ghiacciai inoltre può favorire la formazione di laghi “effimeri”, dovuti ghiaccio o morene che formano piccole ( anche grandi) dighe naturali. Il cedimento improvviso dello sbarramento può generare devastanti alluvioni lampo di acqua e ghiaccio. Molti sentieri in Nepal e in India sono dotati di cartelli di avvertimento per questo fenomeno.
Cosa dovrebbero fare gli Stati?
Il ritiro dei ghiacciai è uno dei più chiari ed evidenti impatti dei cambiamenti climatici. Un problema che sembra lontano dalle città europee, colpite però dalle ondate di calore come sta avvenendo nella lunga estate 2026.
In Europa abbiamo sotto gli occhi l’emergenza salute di questa lunga estate, gli incendi boschivi in Spagna e Francia, la siccità che si è estesa perfino al Regno Unito, coi parchi di Londra con l’erba ingiallita e secca.
Alle ultime COP si sono intensificati gli sforzi per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, ma di fatto le emissioni serra continuani ad aumentare. Le simboliche dichiarazioni di emergenza climatica di alcuni Stati, non sono state seguite da fatti concreti e sufficienti.
Secondo il prof. Jonathan Bamber, abbiamo le competenze e la tecnologia per affrontare la crisi climatica. Ciò che manca è la volontà politica e la visione a lungo termine, che conclude con un monito: senza azioni rapide, lo scioglimento dei ghiacciai sarà solo un aspetto della crisi climatica causata dall'uomo, e le conseguenze saranno devastanti.
Riferimento notizia:
Nepal‑Tibet disaster linked to climate change – a glaciologist explains, The Conversion, https://theconversation.com/nepal-tibet-disaster-linked-to-climate-change-a-glaciologist-explains-290656