Venti impetuosi e alberi abbattuti: di cosa si è trattato?

Una tempesta senza precedenti ha flagellato l’Italia, e ancora oggi emergono danni enormi dovuti al vento boschi interi abbattuti. Ma non è stata una tromba d’aria. Di quale fenomeno si tratta?

Luca Lombroso Luca Lombroso 04 Nov 2018 - 06:13 UTC
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Gli enormi danni del vento nei boschi della Val di Fiemme, in Trentino. Foto cortesia Stefano Piccioni

Il vento ha fatto danni non solo a Roma, spiagge, porti e stabilimenti balneari. Dopo tre giorni dal suo passaggio, emergono altri effetti del ciclone mediterraneo “Vaia”. Drammatiche le immagini e video che mostrano interi boschi del Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia rasi al suolo da venti impetuosi. L’entità del danno ai boschi e foreste Alpini è tale che occorreranno decenni o secoli per riparare le ferite aperte dalla perdita di 25000 ettari di bosco fra Asiago e Cortina e di oltre 1 milioni di metri cubi di alberi caduti in Trentino Alto Adige, pari al doppio del legname che abitualmente viene portato nelle segherie ogni anno.

In val di Fassa, di Fiemme, in Cadore, Agordino e altre zone il paesaggio è letteralmente cambiato. Ancora da quantificare poi, oltre ai danni economici, quelli ecologici, alla biodiversità e anche al mancato assorbimento di gas serra.

Quanto ha soffiato forte il vento?

Gli anemometri delle stazioni meteo in quota della rete della provincia di Bolzano hanno raggiunto velocità del vento di 140-150 km/h, dati ufficiosi però parlano anche di 200 km/h, confermati dai 200,2 km/h della stazione di monte Rest sulle prealpi carniche dell'OSMER - ARPA Friuli V.G. A Roma si sono registrati 95 km/h negli aeroporti e raffiche oltre i 100 km/h in alcune stazioni amatoriali. Sulle coste, alcune imbarcazioni hanno registrato coi loro anemometri di bordo raffiche fino a 95 nodi, pari a 176 km/h.

In nessuno di questi casi, incluso Terracina, è stato avvistato però il classico cono della tromba d’aria o tornado. Cosa è successo dunque dal punto di vista meteorologico?

Un profondo ciclone con forte vento di gradiente

Il ciclone mediterraneo "Vaia" è transitato nella serata del 29 ottobre sulle Alpi occidentali con un minimo, 980 hPA, uno dei più profondi di sempre. In quel momento, c’erano oltre 20 hPa di differenza di pressione fra le Alpi occidentali e quelle orientali, ciò dunque ha reso molto forte il vento di scirocco sull’Adriatico (a Venezia abbiamo avuto una storica acqua alta), di libeccio sulle coste liguri e tirreniche e da sudovest in quota.

Nel dettaglio si è trattato di un fortissimo vento lineare di gradiente di tipo sinottico, senza fenomeni vorticosi. Ciò nonostante le raffiche hanno superato forza 12 - uragano della scala Beaufort, anche se il ciclone transitato era di tipo extratropicale. Insomma, può esserci vento a 200 km/h o più anche senza presenza di tromba d’aria.

A Terracina e su alcune località costiere, al transito del fronte freddo si sono verificati venti di “downburst”, venti discendenti tipici dei temporali che accentuano i danni.

In molti boschi rasi al suolo dal vento, le immagini mostrano gli effetti di venti discendenti dai pendii, noti in meteorologia come “downslope wind”. Questi venti risultano molto dannosi per l'effetto di compressione discendente, e prendono a strisciate a causa della forma delle montagne.

Il fatto che non si trattato di trombe d'aria non sminuisce la gravità dei danni e la singolarità dell'evento. Tromba d'aria e downburst, oppure venti discendenti di pendio, sono cose diverse anche se gli effetti sono simili. Confonderli è un po' come confondere valanga e frana, o pioggia e neve. Conoscere la natura del fenomeno è importante per l'analisi scientifica dell'evento in relazione agli scenari futuri del clima.

Mappa ECMWF a 300 hPa, circa 10000 metri; il ritiro dei ghiacci artici marini tende a rallentare e ondulare maggiormente la corrente a getto.

Cause climatiche?

Fin qui le cause meteorologiche, ma quanto hanno inciso i cambiamenti climatici? Impossibile dirlo, ma un fattore che può avere influito indirettamente è l’amplificazione artica, ovvero le variazioni indotte alla corrente a getto polare dal ritiro dei ghiacci artici marini. Ne riparleremo.

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