Dai temporali estivi al gelo estremo dell'inverno, i meccanismi che determinano il clima estremo del Tibet

Nel periodo estivo l’altopiano si scalda rapidamente durante il giorno. L’aria rarefatta e la scarsa copertura nuvolosa mattutina permettono un forte flusso di calore sensibile dal suolo verso l’atmosfera, generando temporali. Ma durante l'inverno il paesaggio si trasforma radicalmente, regalando atmosfere differenti.

I temporali sul Tibet raggiungono il loro massimo tra giugno e settembre, con un picco netto in luglio e agosto. In questo periodo si concentra il 60-90% delle precipitazioni annuali dell’altopiano.
I temporali sul Tibet raggiungono il loro massimo tra giugno e settembre, con un picco netto in luglio e agosto. In questo periodo si concentra il 60-90% delle precipitazioni annuali dell’altopiano.

L’altopiano del Tibet, spesso chiamato “tetto del mondo”, non è solo uno dei luoghi più estremi e affascinanti del pianeta per la sua altitudine media superiore ai 4.000 metri. È anche un vero e proprio laboratorio naturale di meteorologia, dove si sviluppano alcuni dei fenomeni meteorologi più interessanti della Terra.

I temporali sul Tibet raggiungono il loro massimo tra giugno e settembre, con un picco netto in luglio e agosto. In questo periodo si concentra il 60-90% delle precipitazioni annuali dell’altopiano. Le giornate iniziano spesso con cielo sereno, grazie all’intensa radiazione solare in quota, ma nel pomeriggio si formano rapidamente in imponenti cumulonembi.

I meccanismi che generano i temporali a 5.000 metri di altezza

Nel periodo estivo l’altopiano si scalda rapidamente durante il giorno. L’aria rarefatta e la scarsa copertura nuvolosa mattutina permettono un forte flusso di calore sensibile dal suolo verso l’atmosfera.

Questo crea una gigantesca “pompa termica” che innesca la convezione. L’aria calda sale con forza, favorendo lo sviluppo di temporali intensi. L’altopiano funge da enorme fonte di calore per l’atmosfera estiva dell’Asia.

L’energia potenziale convettiva disponibile (CAPE), malgrado l’altitudine, è spesso notevole, soprattutto quando l’umidità è sufficiente. I temporali sono tipicamente di tipo continentale, con forte attività elettrica e grandine in alcune zone.

A ciò va sommato l’effetto della forzatura orografica indotto dalle catene montuose circostanti, Himalaya a sud, Kunlun a nord, e le irregolarità interne dell’altopiano che favoriscono il sollevamento forzato dell’aria, amplificando la convezione.

Nonostante l’Himalaya a sud rappresenti una formidabile barriera, l’umidità non manca del tutto. In questo caso l’umidità arriva in parte dal flusso monsonico da sud-ovest che riesce a superare alcuni tratti dell’Himalaya.
Nonostante l’Himalaya a sud rappresenti una formidabile barriera, l’umidità non manca del tutto. In questo caso l’umidità arriva in parte dal flusso monsonico da sud-ovest che riesce a superare alcuni tratti dell’Himalaya.

Da qui nascono questi temporali, spesso piccoli di statura (data la base di partenza oltre i 4.000 metri), che possono produrre precipitazioni persistenti e organizzate, non solo sul Tibet, ma anche le regioni a valle (come il bacino dello Yangtze).

Da dove arriva l’umidità?

Nonostante l’Himalaya a sud rappresenti una formidabile barriera, l’umidità non manca del tutto. In questo caso l’umidità arriva in parte dal flusso monsonico da sud-ovest che riesce a superare alcuni tratti dell’Himalaya, ed in parte proviene dall’intensa attività convettiva presente sull’Asia meridionale.

In particolare la convezione profonda sull’India settentrionale solleva l’aria umida a quote medie-alte della troposfera (intorno ai 500-300 hPa). Questa umidità “scavalca” l’Himalaya e raggiunge il Tibet sud-occidentale, contribuendo a circa la metà delle precipitazioni estive in quella zona.

Si tratta per l’appunto di un trasporto indiretto ma estremamente efficace, alla base della stagione delle piogge che interessa buona parte dell’area del Tibet. Senza questo tipo di meccanismo di trasporto dell’umidità l’altopiano diventerebbe uno dei luoghi più aridi sull’intero pianeta.

Sul bordo sud-orientale l’influenza monsonica è più diretta, mentre nell’interno e a sud-ovest dell’altopiano tibetano domina il meccanismo di superamento in quota.

Come si trasforma il Tibet durante l’inverno?

Quando l’autunno avanza e il sole si abbassa, il Tibet si trasforma radicalmente. Da ottobre/novembre a marzo/aprile l’altopiano si raffredda velocemente. La superficie perde calore rapidamente nell’aria rarefatta, e la circolazione si inverte, con l’altopiano che diventa una fonte di freddo.

Il paesaggio dell'altopiano tibetano in inverno cambia radicalmente, con neve e ghiaccio che dominano il paesaggio, fino alla primavera.
Il paesaggio dell'altopiano tibetano in inverno cambia radicalmente, con neve e ghiaccio che dominano il paesaggio, fino alla primavera.

La convezione si spegne quasi completamente. L’atmosfera diventa stabile, con inversioni termiche frequenti, mentre le precipitazioni si riducono sensibilmente, fino quasi a sparire in alcune aree.

Quando piove o nevica, è principalmente a causa di vecchi sistemi frontali, associati a depressioni in quota, provenienti da ovest, dalle steppe dell’Asia centrale, tramite il flusso occidentale.

Le nevicate sono più comuni lungo i bordi meridionali e occidentali, dove l’orografia solleva l’aria umida portata dalle correnti occidentali. Nel cuore dell’altopiano domina il secco, con umidità molto bassa, aria tersa e venti forti. Le temperature possono scendere drasticamente sotto lo zero, soprattutto di notte, favorendo il mantenimento di neve e ghiaccio. Questo ghiaccio al ritorno del caldo estivo, fondendosi, contribuirà al deflusso dei grandi fiumi asiatici.