Perché il nuovo studio sul sollevamento della Calabria cambia (un po’) le carte in tavola per lo Stretto di Messina?
Il nuovo studio appena pubblicato su un importante rivista scientifica mette in evidenza come tutta la Calabria meridionale, e l'area dello Stretto di Messina, sia molto più dinamica del previsto.

Un recente studio scientifico ha misurato con maggiore precisione quanto velocemente si stia sollevando la Calabria meridionale. I risultati indicano tassi fino a 5-10 volte più alti di quelli stimati in passato, con valori locali che arrivano a circa 12 millimetri all’anno.
Questa è la conclusione dello studio scientifico internazionale pubblicato il 6 novembre sulla rivista Communications Earth & Environment, del gruppo Nature, dal titolo Rapid transient uplift driven by active slab tear, southern Calabria, Italy.
La ricerca, coordinata da Rebecca J. Dorsey e realizzata insieme a Nathan D. Brown, Sergio G. Longhitano, Marco Meschis, Domenico Chiarella e Charles P. Ogle, presenta nuovi dati sulla storia geologica della Calabria meridionale
Cosa sta succedendo in profondità?
Sotto la Calabria meridionale la placca ionica (parte della placca africana) sta scendendo nel mantello terrestre. In questa zona, però, la placca non scende in modo continuo. Ma si sta letteralmente strappando e staccando a pezzi (quello che i geologi chiamano slab tear o lacerazione della placca).
Quando una porzione di placca si stacca e sprofonda, il peso che gravava sulla crosta diminuisce. La crosta sovrastante reagisce sollevandosi, come un tappo di sughero che torna a galla quando gli togli un peso. Questo sollevamento non è uniforme.

E’ più forte proprio sopra la zona di lacerazione e diminuisce andando verso nord e verso la Sicilia. Il gradiente di sollevamento tira e apre la crosta, generando estensione orizzontale.
Ecco come questo movimento arriva fino alle faglie dello Stretto
Le faglie normali del rift siculo-calabro (quelle che attraversano la Calabria e lo Stretto di Messina) sono orientate in modo da accogliere proprio questa estensione. Questi movimenti tendono ad allontanare Calabria e Sicilia, rendendo lo Stretto più largo e profondo.
Il risultato è dei tassi di scorrimento (quanto velocemente le due parti di una faglia si muovono l’una rispetto all’altra) che aumentano. E quando una faglia si muove più in fretta, accumula stress più rapidamente.
Perché questo riduce i tempi medi di ritorno dei terremoti?
Immaginate una faglia come una molla che si carica lentamente. Più veloce è la carica, prima raggiunge il punto di rottura.
Con tassi di scorrimento più alti, la stessa carica di stress necessaria a produrre un grande terremoto si accumula in meno tempo. Di conseguenza i tempi medi di ritorno possono scendere, potenzialmente nell’ordine di qualche centinaio di anni (ad esempio 400-700, a seconda delle stime).

Attenzione, un tempo medio di ritorno non significa scadenza fissa. È una media statistica. Un terremoto può avvenire prima o molto dopo. Dal 1908 sono passati solo 117 anni. Quindi siamo ancora nella parte iniziale del ciclo, e la probabilità di un evento analogo nei prossimi decenni resta bassa, anche se non è zero.
Ma in quest’area, come sul resto delle faglie calabrese sulla terra ferma, un nuovo terremoto potrebbe avvenire in tempi medi di ritorno più bassi, rispetto a quelli oggi conosciuti.
L’importanza di questo studio
I modelli usati per le norme edilizie e la pianificazione territoriale si basano anche sui tassi di scorrimento delle faglie. Tassi più alti significano che il rischio va rivalutato al rialzo, almeno per quanto riguarda la frequenza attesa dei grandi eventi.
Dall’analisi di queste dinamiche tettoniche si comprendono meglio i meccanismi all’origine dei terremoti storici dell’area, come quelli del 1783, 1905 e 1908, favoriti da un regime di estensione più intenso, perché lo stress si trasferisce più facilmente da una faglia all’altra.
Inoltre, questo studio conferma come l’attività delle faglie superficiali nello Stretto, come sul resto della Calabria, sia influenzata dai movimenti che avvengono alle grandi profondità, evidenziando come quest’ultimi siano capaci di trasferire stress sino in superficie.