Terremoti in Appennino, studio rivela il ruolo dei fluidi: fu Amatrice a innescare il sisma di Norcia dell'ottobre 2016?
Le variazioni delle onde sismiche e l’individuazione del movimento dei fluidi nel sottosuolo potrebbe aiutare a monitorare l’evoluzione della pericolosità di una sequenza sismica.

Tra l'agosto del 2016 e l'ottobre dello stesso anno, l'Italia centrale venne scossa da potenti terremoti appenninici che causarono gravi devastazioni e circa 300 morti. Gli eventi sismici iniziarono il 24 agosto nella zona di Amatrice, con il terremoto più potente che raggiunse magnitudo 6.0, e continuarono nei mesi successivi.
Un altro evento sismico molto potente, con magnitudo 6.5 (il sisma più forte avvenuto in Italia dopo quello dell'Irpinia del 23 novembre 1980) avvenne il 30 ottobre, in un'area più a nord rispetto a quello di agosto. Stavolta venne interessata l'area dei Monti Sibilini, e una delle località più colpite e diventate simbolo del disastro fu Norcia.
Un nuovo studio condotto da un team di ricercatori e ricercatrici dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dell’University of California Berkeley e della United States Geological Survey (USGS), ha sviluppato un metodo per il monitoraggio della migrazione di fluidi nella crosta terrestre arrivando a una conclusione molto interessante che riguarda quella sequenza sismica.
La migrazione di CO₂ ad alta pressione, innescata dal terremoto di Amatrice del 24 agosto 2016, di magnitudo 6.0, potrebbe aver contribuito a indebolire le faglie vicine e a favorire altri eventi sismici come il terremoto di Norcia del 30 ottobre 2016, di magnitudo 6.5.
Lo studio
La ricerca, intitolata “Temporal and spatial changes in Seismic Attenuation Associated with Inferred Fluid Migration in the 2016 Central Apennines Earthquake Sequence”, e pubblicata sulla rivista scientifica Bulletin of the Seismological Society of America, ha l’obiettivo di comprendere la complessa evoluzione dei fenomeni che hanno caratterizzato la sequenza sismica dell’Appennino Centrale, avvenuta tra Amatrice, Visso, Norcia e Capitignano nel periodo compreso tra il 24 agosto 2016 e la fine di febbraio 2017.
Lo studio analizza le variazioni temporali dell’attenuazione delle onde sismiche osservate durante la sequenza del 2016-2017, individuando i segnali compatibili con la migrazione di fluidi pressurizzati lungo il sistema delle faglie responsabili degli eventi.
“Prima di un terremoto importante - spiega Luca Malagnini, Dirigente di Ricerca dell’INGV e primo autore dello studio - le faglie possono comportarsi come superfici impermeabili, capaci di ostacolare il movimento dei fluidi nella crosta terrestre.

Quando però una faglia, o un sistema di faglie, si attiva durante un forte terremoto, può cambiare comportamento e diventare un canale altamente permeabile, consentendo la migrazione dei fluidi crostali sia verticalmente sia lateralmente”.
Gli autori della ricerca hanno notato che il comportamento appena descritto, che può produrre una serie di eventi di elevata magnitudo, è tipico delle grandi sequenze sismiche dell’Appennino Centrale (e forse dell’intero Appennino), e hanno evidenziato come l’analisi delle onde sismiche osservate durante la crisi del 2016-2017 possa aiutare a rilevare episodi di migrazione di fluidi ad alta pressione che avvengono nella crosta terrestre.
In futuro, il monitoraggio delle variazioni temporali dei parametri che regolano la dissipazione dell’energia elastica trasportata delle onde sismiche potrebbe contribuire a migliorare la valutazione dell’evoluzione della pericolosità sismica, nello spazio e nel tempo, durante una sequenza sismica.
Riferimenti scientifici allo studio
Luca Malagnini, Francesco Pio Lucente, Irene Munafò, Douglas S. Dreger, Tom Parsons, Roland Bürgmann; Temporal and Spatial Changes in Seismic Attenuation Associated with Inferred Fluid Migration in the 2016 Central Apennines Earthquake Sequence. Bulletin of the Seismological Society of America 2026; doi: https://doi.org/10.1785/0120250262
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