L’impatto ambientale dei cibi di largo consumo: uno studio rivela gli equivoci più frequenti

Qual è l’impatto delle scelte alimentari sull’ambiente? Tra convinzioni errate e “leggende metropolitane” non sempre è facile identificare quali sono i cibi potenzialmente dannosi per la natura

Non sempre stabilire quanto sia inquinante un alimento è semplice perché le filiere sono lunghe e complesse
Non sempre stabilire quanto sia inquinante un alimento è semplice perché le filiere sono lunghe e complesse

Da una recente ricerca pubblicata sul Journal of Cleaner Production e condotta dall’Università di Nottingham, è emerso che non sempre le persone riescono da sole a valutare l’impronta ambientale del cibo che consumano.

Allo studio hanno partecipato quasi duecento persone a cui è stato chiesto di catalogare i comuni prodotti in vendita nei supermercati a seconda dei danni che la loro produzione causerebbe all’ambiente.

I risultati di quella che è fino ad ora la ricerca più estesa per numero di partecipanti e prodotti esaminati, hanno rivelato che ci sono diverse opinioni ricorrenti, che però sono errate.

Quanto è dannosa la carne per l'ambiente

La convinzione più diffusa tra le persone è che i cibi processati siano i più inquinanti e che i prodotti di origine animale siano i più dannosi. In realtà non è così, almeno non sempre.

Quando si misura l’impatto ambientale dell’intero ciclo di vita di un alimento si prendono in considerazione svariati fattori, partendo dalla produzione e arrivando allo smaltimento dei residui. Tutto il processo include quindi l’utilizzo di fertilizzanti, acqua ed energia, le emissioni di gas serra, la creazione di rifiuti, l’impiego dei suoli e così via.

Se la produzione di carne è quindi effettivamente dannosa, come molti già sostengono, spesso non si fa distinzione tra i tipi di carne: quella bovina è più inquinante per l’ambiente rispetto alla carne bianca.

La quantità d'acqua utilizzata nella produzione dei cibi è un fattore determinante per stabilire quanto essi siano dannosi per l'ambiente
La quantità d'acqua utilizzata nella produzione dei cibi è un fattore determinante per stabilire quanto essi siano dannosi per l'ambiente

L’allevamento dei bovini infatti richiede svariati chili di mangime come erba e cereali, i quali, a loro volta, hanno necessità di molta acqua. Anche lo smaltimento di reflui zootecnici come letame e liquami, se non avviene correttamente è dannoso.

Questo significa che il consumo di risorse è troppo alto rispetto alla quantità di alimenti ottenuta.

Il falso mito dei prodotti vegetali

Spesso si tende a sottovalutare l’impatto della produzione di cibi apparentemente innocui perché vegetali. La frutta secca è tra questi, ad esempio, poiché la sua produzione richiede un utilizzo abbondante di acqua.

Avocado, caffè e cacao sono prodotti problematici, specialmente quando consumati fuori stagione o lontano dalle aree di produzione. La coltivazione dell’avocado richiede molta acqua, ma spesso avviene in regioni aride del Sud America.

Tutte e tre queste colture, inoltre, sono di tipo intensivo e quindi legate alla deforestazione.

Anche la complessità della filiera, incluso il trasporto sulla lunga distanza ha un impatto negativo sull’ambiente.

Quello degli imballaggi, poi, è ancora un altro problema. Molti alimenti vegetali come le verdure già tagliate, o commercializzati come “bio”, vengono venduti in confezioni interamente di plastica.

Il ruolo di una corretta informazione

Il principale autore dello studio, il ricercatore Daniel Fletcher, suggerisce l’utilizzo di etichette che includano una scala di impatto ambientale per aiutare i consumatori a decidere in modo più consapevole.

Il modello sarebbe quello che utilizza la scala A-E già comunemente in uso per i valori nutrizionali.

I risultati della ricerca infatti dicono anche che le persone sarebbero disposte a cambiare le loro abitudini d’acquisto più spesso di quanto si pensi per una alimentazione più etica, ma hanno difficoltà ad orientarsi in mancanza di informazioni chiare, precise ed attendibili.