La scienza tra suoni e luci: una nuova scoperta potrebbe aiutare a combattere l’Alzheimer

L’Alzheimer è una malattia neurodegenerativa e attualmente incurabile con cui convivono circa cinquantacinque milioni di persone nel mondo. La ricerca di una cura è costante, e dagli studi più recenti arrivano novità incoraggianti

La malattia di Alzheimer impedisce ai neuroni di comunicare tra loro, provocado danni ad oggi irreversibili
La malattia di Alzheimer impedisce ai neuroni di comunicare tra loro, provocado danni ad oggi irreversibili

L’Alzheimer è una malattia causata dall’accumulo di proteine anomale (come la β-amiloide) nel cervello. I danni causati da questo accumulo impediscono ai neuroni di comunicare correttamente fra loro, causando i sintomi ben noti come stato confusionale, perdita di memoria e nei casi più gravi l’incapacità di svolgere normali attività quotidiane, come vestirsi e mangiare.

Ad oggi esistono solo farmaci in grado di mitigare i sintomi e rallentare il decorso della malattia, ma non di curarla. I progressi nella ricerca comunque ci sono.

Negli ultimi venticinque anni sono stati fatti molti passi avanti nella diagnosi precoce e nella ricerca di un vaccino, e anche in quella di uno stile di vita adatto a prevenire o ritardare la malattia.

Anche le scoperte più nuove, con tutte le dovute cautele, sono promettenti.

Il suono che aiuta il cervello

Di recente, il 12 gennaio 2026 sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences è stato pubblicato uno studio condotto dall’istituto di Zoologia dell’Accademia Cinese delle Scienze che aggiunge un nuovo tassello alla ricerca.

L’esperimento oggetto dello studio per il momento è stato condotto solo sugli animali ma dimostra come ascoltare un suono a bassa frequenza aiuti il cervello ad eliminare le proteine anomale che causano i sintomi tipici della malattia di Alzheimer.

È stato osservato che all’ascolto di un suono costante alla frequenza di 40 hertz corrisponde un aumento significativo della proteina β-amiloide nel liquido cerebrospinale delle scimmie utilizzate nell’esperimento.

Questo vuol dire che l’organismo degli animali è stato in grado di eliminare la tossina dannosa più efficacemente grazie all’ascolto di quel suono.

Come funziona la stimolazione sensoriale

L'esperimento descritto non è il primo con cui si tenta di trovare una cura all’Alzheimer grazie alla stimolazione sensoriale. Uno studio del 2016 del MIT utilizzava la luce pulsata in modo simile sui topi, ancora una volta con risultati incoraggianti, anche se non su tutti i soggetti.

Nelle onde sonore a bassa frequenza potrebbe trovarsi la chiave per curare l'Alzheimer
Nelle onde sonore a bassa frequenza potrebbe trovarsi la chiave per curare l'Alzheimer

Adesso a nove scimmie anziane è stato fatto ascoltare un suono a bassa frequenza per un’ora ogni giorno, per sette giorni, trascorsi i quali si è riscontrato che il loro cervello aveva eliminato il 200% di tossine in più rispetto al solito.

Questo potrebbe dimostrare che il suono sia in grado di stimolare i riflessi elettrici che nelle persone in salute regolano l’eliminazione delle scorie. I neuroni tornerebbero quindi a "liberarsi" da queste ultime, tornando in grado di comunicare di nuovo normalmente.

Un’altro dato incoraggiante è che l’effetto positivo dell’ipotetica cura sembra essere duraturo e persiste per circa cinque settimane.

Limiti e punti di forza della ricerca

Più che un punto di arrivo, la ricerca dell’Accademia Cinese delle Scienze va considerato come un punto di partenza.

Poichè lo studio è stato condotto su un numero ridotto di soggetti e per un periodo di tempo breve, non può considerarsi concluso, ma sicuramente i risultati fin qui ottenuti aprono nuove porte, specialmente perché l’esperimento che originariamente era stato condotto sui topi e che si è dimostrato efficace anche sui primati, rappresenta un passo notevole verso l'applicazione di questo metodo sull'uomo.

Se i risultati fossero confermati anche nel caso di pazienti umani, la stimolazione sonora potrebbe diventare un trattamento accessibile, non invasivo ed economico da affiancare ai farmaci già esistenti, e potrebbe anche fornire nuove possibilità di prevenzione.