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Il ricordo del terremoto dell’Irpinia, uno dei più disastrosi in Italia

Il 23 novembre del 1980 un fortissimo terremoto sconvolgeva il Sud Italia, nell’area dell’Irpinia, causando quasi tremila morti. Da allora, importanti passi avanti nella prevenzione sismica, ma c’è ancora tanto da fare

Lorenzo Pasqualini Lorenzo Pasqualini 23 Nov 2017 - 09:30 UTC
irpinia 1980
Il terremoto del 23 novembre 1980 devastò le aree dell'Irpinia, causando quasi tremila vittime (foto: INGV)

Il 23 novembre del 1980 un fortissimo terremoto sconvolgeva il Sud Italia, in una enorme area compresa fra le province di Avellino, Salerno e Potenza, fra le regioni Campania e Basilicata. Il terremoto ebbe una magnitudo 6,9 con epicentro nel comune di Castelnuovo di Conza (Avellino) e causò 2.914 morti, 8.848 feriti e circa 280.000 sfollati. Particolarmente colpita fu l’area dell’Irpinia, e per questo è ricordato come “terremoto dell’Irpinia”, ma l’area interessata si estendeva su una superficie di oltre 17.000 chilometri quadrati.

Per le dimensioni della catastrofe e per il numero di vittime e sfollati, è stato uno dei più disastrosi terremoti che abbia colpito l’Italia nel XX secolo, insieme a quelli di Messina e Reggio Calabria (1908), Avezzano (1915), Friuli (1976).

In alcune zone l’intensità del terremoto raggiunse il X grado della scala Mercalli (distruzione totale). Venne avvertito con forza anche a Napoli, dove alcuni edifici antichi e fatiscenti crollarono, causando vittime.

Il terremoto avvenne in un’area dell’Appennino Campano-Lucano dove la pericolosità sismica è elevata ed i forti terremoti si verificano con una certa frequenza. Ancora oggi sono evidenti le scarpate di faglia generate da quell'evento sismico.

Il ritardo nei soccorsi e l'estrema vulnerabilità degli edifici

Due furono gli aspetti che emersero con evidenza dopo quella catastrofe: l’estrema vulnerabilità delle abitazioni italiane di fronte al rapido succedersi di eventi sismici nel paese, e la totale mancanza di un efficiente sistema di protezione civile, capillare e coordinato a livello nazionale, che garantisse rapidi soccorsi.

Su quest’ultimo aspetto intervenne l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che lanciò una dura accusa per i gravi ritardi nei soccorsi, che in certe zone tardarono giorni a raggiungere le popolazioni colpite. Emblematica fu la prima pagina del quotidiano di napoli "il Mattino", che scrisse a caratteri cubitali: " FATE PRESTO!". 

Pertini intervenne anche in televisione e chiese agli italiani di rimboccarsi le maniche per aiutare i loro connazionali, invitandoli a fare come gli “angeli del fango” che si erano recati nella Firenze alluvionata del novembre 1966 per prestare soccorso. La catastrofe diede un enorme impulso alla creazione del sistema di Protezione Civile italiano, considerato oggi uno dei più efficienti del mondo.

Primi passi avanti nella prevenzione sismica

L’aspetto della pericolosità sismica, già ben nota allora ai geologi ed emerso nuovamente con forza soltanto quattro anni prima in occasione del terremoto in Friuli (1976), e nel 1968 con il sisma nel Belice, in Sicilia, iniziò finalmente ad acquisire una maggior importanza e si iniziarono a fare passi avanti nella prevenzione sismica. Come si è visto con gli ultimi episodi sismici avvenuti in Italia nel 2009, 2012 e 2016, c’è però ancora molto da fare per ridurre il rischio sismico in Italia.

Il sisma in Irpinia ha purtroppo lasciato un lunghissimo strascico di illegalità, con ritardi nella ricostruzione, spreco di denaro, corruzione, infiltrazione della criminalità organizzata: una pagina veramente nera nella gestione del post-emergenza. L’area colpita era inoltre già gravata da una diffusa povertà, e da tempo era soggetta da un elevato tasso di emigrazione. Il sisma azzerò la struttura sociale ed economica delle aree colpite e diede impulso ad una nuova grande ondata migratoria.

In termini di magnitudo, il terremoto in Irpinia è stato uno dei più forti degli ultimi cento anni in Italia, e solo quello del 30 ottobre 2016 nel Centro Italia gli è arrivato vicino, con una magnitudo 6,5.

Potenzialmente però, i terremoti nelle zone appenniniche del Sud Italia possono avere magnitudo anche superiori, ed è per questo che si sono moltiplicati negli ultimi anni gli appelli dei geologi ad impegnarsi rapidamente per una messa in sicurezza degli edifici, sia pubblici (scuole, ospedali) che privati.

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