Super-El Niño, autunno piovosissimo? Daniele Ingemi: "I modelli dicono altro, il problema sarà l'intensità delle piogge"
Il vero problema non è tanto l'influenza del fenomeno di El Niño, quanto il fatto che ci aspetta una stagione autunnale molto complessa, in cui pioverà davvero male. Ecco qualche chiarimento in merito a El Niño e la sua influenza sul tempo in Italia.

Da settimane i media tradizionali hanno moltiplicato titoli e servizi sul “El Niño” destinato a stravolgere l’autunno (e l’inverno) in Italia. Si parla di piogge record, alluvioni diffuse, siccità prolungata o temperature estreme come se esistesse un legame diretto, automatico e prevedibile tra le anomalie termiche del Pacifico equatoriale e il tempo sulle nostre regioni.
Il segnale non rimane sempre significativo sulla circolazione alle nostre latitudini e, soprattutto, non esiste una correlazione diretta e robusta tra gli anni di El Niño e le precipitazioni sull’Italia. O quantomeno, ancora non c’è una dimostrazione scientifica solida.
Il vero peso di El Niño
El Niño rappresenta la fase calda dell’ENSO (El Niño-Southern Oscillation). Si manifesta con un anomalo riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico equatoriale centro-orientale (regione Niño 3.4 e settori adiacenti), accompagnato da un riassetto della circolazione atmosferica tropicale.
Sulle Americhe l’impatto è relativamente diretto e statisticamente più robusto, con eventi di siccità in Australia e Indonesia, piogge più intense sul Perù e sull’Ecuador, squilibri termici e pluviometrici sul Nord America.

Sull’Europa e sul Mediterraneo il percorso è molto più lungo e filtrato. Il segnale deve attraversare l’intero settore Nord Atlantico, interagire con il vortice polare stratosferico, con la fase della Quasi-Biennial Oscillation (QBO), con le anomalie di temperatura della superficie del mare nell’Atlantico e, soprattutto, con lo stato della NAO e dell’AO.
Quando questi indici sono dominanti, possono amplificare, attenuare o addirittura cancellare il contributo di El Niño. In molti casi storici il segnale ENSO sull’Europa risulta debole, intermittente o statisticamente non significativo.
NAO, AO e gli altri registi della circolazione europea
La North Atlantic Oscillation misura il gradiente di pressione tra l’anticiclone delle Azzorre e la depressione d’Islanda. Nella sua fase positiva aumenta le probabilità di avere flussi zonali occidentali miti e umidi sul Nord e Centro Europa, con condizioni più stabili e spesso più secche sul Mediterraneo.
Nella fase negativa rende più probabili blocchi anticiclonici alle alte latitudini e scambi meridiani che possono portare irruzioni di aria più fredda o più instabile verso sud. L’Arctic Oscillation regola in modo analogo la forza del vortice polare troposferico. Quando si trova in fase positiva confina l’aria fredda alle alte latitudini, valori negativi ne favoriscono la discesa verso sud.

Questi indici hanno un’influenza diretta e statisticamente più forte sulla circolazione europea rispetto a El Niño. A essi si aggiungono altri fattori, fra cui lo stato del vortice polare stratosferico (che può favorire o ostacolare eventi di warming stratosferico e successivi impatti troposferici), le anomalie di temperatura del Mediterraneo stesso (che oggi è eccezionalmente caldo e aumenta il contenuto di umidità disponibile), e la variabilità interna locale.
Il risultato è che due eventi di El Niño di intensità simile possono produrre risposte molto diverse sull’Europa a seconda della configurazione preesistenti nell’area.
Il legame con le piogge in Italia
L’analisi delle serie storiche e degli studi compositi mostra chiaramente che non esiste una correlazione diretta, lineare e robusta tra la fase di El Niño e le precipitazioni sull’Italia.
Gli studi basati su rianalisi (ERA5 e precedenti) e su composite di eventi ENSO evidenziano che la risposta pluviometrica europea è caratterizzata da ampia variabilità interna. In alcuni autunni e inverni di El Niño si osservano anomalie positive di precipitazione su porzioni del Mediterraneo occidentale o centrale; in altri anni lo stesso segnale è assente o addirittura di segno opposto.

La collocazione geografica delle anomalie cambia da un evento all’altro, così come la loro intensità. Per l’Italia in particolare, la relazione risulta spesso debole o non statisticamente significativa su scala stagionale, soprattutto se si considera l’intero territorio nazionale.
Il Nord, il Centro e il Sud rispondono in modo differente, e la variabilità interna della circolazione atlantica maschera frequentemente il contributo remoto del Pacifico.
Attribuire automaticamente a El Niño un autunno “alluvionale” o “siccitoso” in Italia rappresenta una semplificazione che i dati non autorizzano. Le previsioni stagionali stesse, anche quelle emesse dai centri più avanzati (Copernicus, ECMWF, NOAA, Met Office), assegnano alle precipitazioni europee un’incertezza molto più elevata rispetto alle temperature, proprio perché il segnale è debole e filtrato.
Cosa ci aspetta nell’autunno 2026?
Le proiezioni dei modelli stagionali, basati sui dati forniti da ECMWF, indicano con buona confidenza temperature sopra la media su gran parte dell’Europa e dell’Italia, coerenti con un contesto di riscaldamento globale e con un Mediterraneo ancora molto caldo.
Sul fronte precipitazioni il segnale è più debole e meno unanime. Combinando le indicazioni dei modelli, per l’autunno 2026, i segnali evidenziano precipitazioni potenzialmente sopra la media al Nord, favorite da un flusso più zonale o da passaggi perturbati atlantici.

Mentre condizioni più secche o vicine alla media al Centro-Sud e sulle Isole, dove l’influenza di eventuali blocchi o di una NAO positiva può prevalere, comportando temperature mitissime, con poche irruzioni fredde significative e prolungamento di fasi stabili e calde, soprattutto nella prima parte della stagione.
Il problema delle precipitazioni
Il problema principale non è tanto la quantità totale di pioggia, quanto la sua distribuzione. In un contesto di Mediterraneo caldo e di atmosfera più energetica, le precipitazioni tendono a concentrarsi in eventi intensi, di breve durata e su aree ristrette.
Questo tipo di pioggia, concentrata nello spazio e nel tempo, è scarsamente efficace per la ricarica delle falde. Pertanto non è una buona notizia per le falde acquifere e le risorse idriche, specialmente del Centro-Sud.
Le piogge intense e concentrate favoriscono il deflusso superficiale e il rischio di allagamenti localizzati, ma infiltrano poco nel sottosuolo rispetto a precipitazioni moderate e prolungate.

Se al Nord eventuali eccedenze pluviometriche possono contribuire a migliorare la situazione dei grandi laghi e di alcuni bacini ridotti in secca dopo l’estate, al Centro e al Sud un autunno tendenzialmente più secco o caratterizzato da eventi estremi ma localizzati rischia di prolungare le criticità accumulate nelle stagioni precedenti.
Il Mediterraneo eccezionalmente caldo agisce come un “moltiplicatore” di energia, aumentando il contenuto di umidità potenziale dell’atmosfera e può rendere più violenti gli episodi instabili quando si verificano.