Fulmini e temporali sempre più frequenti sul Mar Glaciale Artico, ecco perché nascono tanti cumulonembi vicino il Polo

Negli ultimi anni lo sviluppo di celle temporalesche nel cuore della regione Artica sta divenendo sempre più frequente. Ecco quali sono le dinamiche atmosferiche che stanno rendendo questi fenomeni sempre più comuni, anche nel cuore del Mar Glaciale Artico.

Questi fenomeni non sono più confinati ai margini, ma stanno colpendo zone come il Mar di Barents, la Groenlandia settentrionale e persino l'oceano Artico aperto.
Questi fenomeni non sono più confinati ai margini, ma stanno colpendo zone come il Mar di Barents, la Groenlandia settentrionale e persino l'oceano Artico aperto.

Ormai nelle ultime estati stiamo notando un aumento di frequenza dei fenomeni temporaleschi che interessando la regione Artica, fino a latitudini impensabili, oltre gli 80’ Nord.

Questi fenomeni, caratterizzati da fulmini e tuoni, un tempo considerati rarità estreme nelle regioni polari, ora si stanno manifestando con una frequenza preoccupante sopra gli 80° di latitudine Nord.

Studi recenti pubblicati su riviste prestigiose come Nature Climate Change e Geophysical Research Letters indicano un aumento del 20-30% nella frequenza di questi eventi negli ultimi decenni. Oltre all’aumento di frequenza dei singoli fenomeni, si sta registrando pure un incremento della loro intensità.

Il vistoso cambiamento climatico dell’Artico

L'Artico, la regione circostante il Polo Nord, è storicamente nota per il suo clima rigido e stabile. Temperature medie annue sotto lo zero e precipitazioni prevalentemente sotto forma di neve leggera.

I temporali, che richiedono aria calda, umida e instabile per il loro sostentamento, un tempo erano eventi eccezionali, limitati a sporadici episodi estivi nelle aree meridionali della regione.

Un altro fattore chiave è l'incremento del vapore acqueo nell'atmosfera artica. Secondo l’equazione di Clapeyron per ogni grado di riscaldamento, l'aria possa trattenere il 7% in più di umidità.
Un altro fattore chiave è l'incremento del vapore acqueo nell'atmosfera artica. Secondo l’equazione di Clapeyron per ogni grado di riscaldamento, l'aria possa trattenere il 7% in più di umidità.

Secondo dati storici del National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), prima degli anni '80, i temporali sopra gli 80° Nord si verificavano meno di una volta ogni decennio.

Sempre più celle temporalesche nell’Artico

Uno studio del 2022 condotto dal Norwegian Polar Institute, pubblicato su Climate Dynamics, ha analizzato dati satellitari da oltre 40 anni e ha rilevato un incremento del 25% nella formazione di celle convettive temporalesche nella regione artica centrale.

Un altro studio dell'Università di Reading (Regno Unito), pubblicato sul Journal of Geophysical Research: Atmospheres nel 2023, ha documentato oltre 100 eventi temporaleschi registrati tra il 2015 e il 2022, rispetto a meno di 20 nei decenni precedenti.

Questi fenomeni non sono più confinati ai margini, ma stanno colpendo zone come il Mar di Barents, la Groenlandia settentrionale e persino l'oceano Artico aperto, non lontano dal Polo Nord Geografico.

Le conseguenze? Erosione accelerata delle coste, danni alle infrastrutture remote e un feedback positivo sul riscaldamento, poiché i fulmini possono innescare incendi nella tundra, durante la stagione estiva.

Il ruolo del cambiamento climatico

Per capire perché i temporali stiano diventando più frequenti, dobbiamo immergerci nei meccanismi fisici e atmosferici sottostanti. La scienza del clima ci insegna che i temporali si formano attraverso la convezione.

In pratica l’aria calda e umida sale rapidamente, si raffredda in quota e condensa, rilasciando energia latente che genera nubi cumuliformi, produttrici di fulmini e intense precipitazioni.

Nell'Artico questi ingredienti mancavano, visto che l'aria era troppo fredda e secca, e la copertura nuvolosa bassa, un tempo sempre presente durante l’estate, inibiva la convezione intensa.

Il cambio della circolazione atmosferica

Un altro fattore chiave è l'incremento del vapore acqueo nell'atmosfera artica. Secondo l’equazione di Clapeyron per ogni grado di riscaldamento, l'aria può trattenere il 7% in più di umidità.

Nell'Artico, questo si traduce in un aumento del 10-15% della colonna d'acqua precipitabile dagli anni '90, come riportato in uno studio del 2022 su Geophysical Research Letters dal Max Planck Institute for Meteorology.

Questa umidità in eccesso proverrebbe dall'Oceano Artico, che assorbe calore e evapora più acqua, e da pattern meteorologici alterati, come un getto polare sempre più ondulato.

La perdita di ghiaccio marino nell’Oceano Artico facilità l’immissione in atmosfera di maggiore umidità.
La perdita di ghiaccio marino nell’Oceano Artico facilità l’immissione in atmosfera di maggiore umidità.

Il cambiamento climatico indebolisce la corrente a getto polare, permettendo intrusioni di aria calda e umida dalle regioni subtropicali fin sul Polo.

Ricerche del 2023 su Environmental Research Letters dell'Università di Oslo hanno correlato queste intrusioni a un 30% degli eventi temporaleschi recenti, mostrando come blocchi anticiclonici stazionari favoriscano la formazione di temporali isolati sopra gli 80° Nord.

Inoltre la perdita di ghiaccio marino nell’Oceano Artico facilità l’immissione in atmosfera di maggiore umidità. Senza la barriera ghiacciata, l'oceano espone superfici aperte che agiscono come "serbatoi di calore e umidità".

Secondo alcune simulazioni la riduzione del ghiaccio estivo del 50% dal 1980 ha aumentato la convezione verticale dell'aria del 20%, favorendo temporali. Inoltre, questi eventi rilasciano calore latente che rafforza ulteriormente il riscaldamento locale, creando un circolo vizioso.