Asteroidi potenzialmente pericolosi (PHO): come l’Italia monitora le minacce cosmiche e il rischio di impatto
Dai telescopi ai software orbitali, l’Italia è un nodo della difesa planetaria europea: monitora i NEO, raffina le traiettorie, valuta probabilità d’impatto e contribuisce a tecnologie capaci di prevenire future minacce cosmiche dirette verso Terra.

Quando si affronta l’argomento asteroidi e la minaccia di un possibile impatto con la Terra, la migliore difesa è il tempo. Scoprire con largo anticipo un asteroide potenzialmente pericoloso permette di osservarlo più a lungo e di determinarne con maggiore precisione l’orbita. Nel caso risulti effettivamente pericoloso, in principio producendo una piccolissima variazione della sua velocità se ne devia progressivamente la traiettoria, trasformando una futura collisione in un passaggio sicuro lontano dalla Terra.
Il caso più recente è quello dell’asteroide 2024 YR4: nel 2025 raggiunse il livello 3 della Scala Torino, ma le misure che successivamente si sono accumulate esclusero l’impatto con la Terra e, nel 2026, anche quello con la Luna.
In questo sistema internazionale di difesa planetaria l’Italia ha un ruolo operativo, scientifico e tecnologico di primo piano.
1. Quando un asteroide è davvero “potenzialmente pericoloso”
Secondo le più recenti stime della NASA, sono circa 42 mila i Near-Earth-Objects, abbreviati con la sigla NEO. Sono asteroidi o comete che si avvicinano al Sole a meno di 1,3 unità astronomiche. Quindi, sono oggetti che possono intersecare l'orbita terrestre che si trova, per definizione, ad 1 unità astronomica dal Sole.
Un NEO viene poi classificato come PHA, cioè Potentially Hazardous Asteroid (Asteroide potenzialmente pericoloso) o PHO (Potentially Hazardous Object) se si avvicina a meno di 0.05 unità astronomiche ad un punto qualsiasi dell’orbita terrestre e possiede un diametro superiore a circa 140 metri.
Il rischio nasce dall’incertezza sulla sua orbita. Al momento della scoperta esistono poche misure della posizione e quindi sono numerose le possibili orbite. A mano a mano che le misure di posizione dell’asteroide aumentano, le orbite vengono calcolate in maniera sempre più precisa: prima viene scoperto, per più tempo se ne osserva la posizione, più precisa è l’orbita calcolata.
Considerato l’elevatissimo numero di PHA (se ne contano ad oggi oltre 2500), si ricorre a sistemi automatici di calcolo delle orbite, selezionando fra migliaia di soluzioni compatibili con i dati, quelle che intersecano la Terra.
A questo punto è possibile assegnare un valore nella Scala Torino, comunicando al pubblico gravità e probabilità.
2. La rete italiana della sorveglianza
La ricerca di NEO, in particolare di PHA, viene condotta in seno a progetti internazionali poiché è indispensabile un approccio sinergico. In tale panorama, l’Italia occupa un ruolo centrale, non solo nella ricerca osservativa di PHA, ma anche nell’elaborazione dei dati ed il calcolo delle orbite.

E’ a Frascati, nell’area del Castelli Romani vicino Roma, la sede del Near-Earth Object Coordination Centre dell’ESA, ospitato all’ESRIN. Qui vengono conferiti i dati internazionali (sostanzialmente le serie temporali di misure di posizione dei NEO), se ne determinano le orbite, si calcolano le probabilità d’impatto e si aggiorna la Risk List.
E’ a Pisa, al dipartimento di Matematica dell’Università, che nel corso degli hanno sono stati sviluppati OrbFit e NEODyS, strumenti fondamentali per la determinazione orbitale e l'impact monitoring. Nel 2026 l’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) ha acquisito il servizio NEODyS e nuovi algoritmi attraverso il progetto MonAster.
Sul fronte osservativo, il telescopio Flyeye dell'ESA, un innovativo cacciatore di asteroidi progettato per la difesa planetaria, verrà collocato in Sicilia sul Monte Mufara, gestito dalla Fondazione GAL Hassin per conto dell’ESA.
A Medicina, i radiotelescopi INAF partecipano a campagne radar internazionali, come quella su 2025 FA22, per migliorare posizione, velocità e caratteristiche fisiche degli asteroidi.
3. Dal calcolo del rischio alla difesa planetaria
Come detto, il primo strumento nella difesa planetaria da impatti è il tempo. Scoprire un oggetto con anni o decenni d’anticipo consente di accumulare misure di posizione, stimare la massa, le dimensioni, la composizione e scegliere una risposta proporzionata.
Se una minaccia fosse confermata, la tecnica di difesa più matura resta l’impattatore cinetico.

La missione DART, nella quale la sonda è stata schiantata contro l’asteroide Dimorphos, ha permesso di indurre una piccolissima variazione della sua velocità. Ne è seguita a distanza di mesi una sensibile variazione dell’orbita. Questo esperimento ha dato conferma che una piccola variazione di velocità, applicata con sufficiente anticipo, può accumularsi fino a trasformare un impatto in un passaggio sicuro.
L’Italia ha contribuito a DART con LICIACube, un piccolo satellite che sganciatosi da DART 2 settimane prima, ne ha documentato l’impatto.
L’Italia con una forte competenza nella meccanica celeste e nella previsione delle traiettorie, con la sua capacità di sviluppo di modelli capaci di affinare il rischio reale di collisione, nonché con un ruolo importante nelle osservazioni di follow-up e radar, è uno dei nodi scientifici più rilevanti della sorveglianza asteroidale europea.