L’alluvione di Firenze compie 60 anni: cosa raccontano le targhe dell’acqua sui muri della città
Il 4 novembre 1966 l’Arno invase Firenze, provocando vittime e danni gravissimi. Sessant’anni dopo, le targhe sui muri conservano la memoria dei livelli raggiunti dall’acqua.

Passeggiando per il centro di Firenze, facendo attenzione alle targhe collocate sui palazzi storici, può capitare di imbattersi in piccole iscrizioni sui muri collocate anche diversi metri sopra la strada. Indicano il livello raggiunto dall’acqua durante le alluvioni dell’Arno, il fiume che attraversa la città toscana e che in più occasioni - l'ultima in quel tragico 4 novembre 1966 di cui ricorrono 60 anni - ha invaso la città causando gravi danni.
Per rendersi conto dell'imponenza delle alluvioni passate basta fermarsi, guardare in alto e immaginare la strada sulla quale ci troviamo completamente sommersa.
In via dei Neri, nel quartiere di Santa Croce, una targa ricorda il livello di 4 metri e 92 centimetri raggiunto dalla piena del 1966. È un’altezza riferita a quel punto della città, non una profondità uniforme in tutta Firenze, ma fa capire quanto disastrosa fu quell'alluvione. Altre targhe, collocate in altri punti, hanno altezze inferiori ma pur sempre impressionanti.
Non solo ci ricordano l'imponenza di un evento naturale di enormi dimensioni, ma anche il disastro che causò: ci furono infatti decine di morti e danni gravissimi. Gravemente danneggiato fu anche il patrimonio artistico e storico della città.

Anche se viene ricordato meno spesso, poi, il maltempo che investì la Toscana in quell'inizio di novembre del 1966 causò pesanti alluvioni anche in Friuli, Trentino e Veneto. A Venezia, ci fu un'acqua alta storica che causò anche gravissimi danni.
Le targhe sui muri raccontano le alluvioni di Firenze
Torniamo per un attimo alle targhe poste sui palazzi di Firenze. Le testimonianze dell’acqua sui palazzi non ricordano soltanto il 1966. Firenze era stata colpita più volte, nel corso dei secoli, da gravi esondazioni dell’Arno, e alcune iscrizioni permettono ancora oggi di ripercorrere questa storia.
Nei pressi di via dei Neri, all’imbocco dell’attuale via don Giancarlo Setti, già via di San Remigio, si conserva una testimonianza dell’alluvione del 4 novembre 1333. Un altro disastroso evento alluvionale che, per una curiosa coincidenza, avvenne nello stesso giorno dell'alluvione di 630 anni dopo.

In Via San Remigio, una mano scolpita indica il punto raggiunto dall’acqua nel 1333; ancora più in alto, un'altra targhetta he ricorda il livello raggiunto dalle acque nel 1966. Le targhe sono a circa quattro metri d'altezza rispetto alla strada.
Queste testimonianze, presenti anche in altre città italiane (basta pensare alle tante lapidi che nel centro di Roma ricordano le esondazioni del Tevere) rendono visibile il rapporto, spesso drammatico, tra Firenze e il suo fiume. Le date e le altezze incise sui muri riportano nella città di oggi eventi che potrebbero altrimenti sembrare lontani.
Alluvione del 4 novembre 1966: tutto iniziò con le piogge sul bacino dell’Arno
Tutto iniziò a fine ottobre 1966, quando piogge incessanti caddero sull’intero bacino idrografico dell’Arno. A inizio novembre una nuova ondata di maltempo portò letteralmente pioggia sul bagnato, facendo tracimare i fiumi.
Dal pomeriggio del 3 novembre caddero in molte zone della Toscana centinaia di millimetri di pioggia. La stazione di Badia Agnano, nel bacino dell’Ambra, affluente dell’Arno, registrò uno dei quantitativi più elevati dell’evento: 437,2 millimetri, secondo lo studio di Enrica Caporali, Massimo Rinaldi e Nicola Casagli pubblicato nel Giornale di Geologia Applicata.
Sempre nel pomeriggio del 3 novembre un aumento delle temperature portò allo scioglimento delle nevi che erano da poco cadute sull’Appennino, contribuendo ulteriormente all’aumento delle portate degli affluenti.
Una valanga d’acqua invase Firenze nella notte del 4 novembre 1966
In serata iniziarono a verificarsi le prime esondazioni in provincia di Arezzo e numerosi smottamenti e frane lungo il reticolo idrografico dell’Arno. Prima della mezzanotte ci furono sette vittime a Reggello, investite dalle acque in piena del torrente Resco.
La piena eccezionale dell’Arno raggiunse, nel suo momento di picco, una portata stimata intorno ai 4.000 metri cubi al secondo. Gli effetti furono drammatici, non solo a Firenze ma anche in tutta la provincia. Il bilancio riportato dal Comune è di 35 vittime, di cui 17 a Firenze e 18 in provincia.
L’acqua esondata invase anche i musei, le biblioteche antiche e le chiese della città, causando gravissimi danni alle opere d’arte e al patrimonio storico. Case, negozi e botteghe furono sommersi, mentre la corrente trascinava automobili e materiali di ogni genere.

Le targhe che osserviamo oggi sui muri aiutano a immaginare quella situazione: sotto quei segni si trovavano intere porzioni della città, con le abitazioni e i luoghi di lavoro dei suoi abitanti.
La drammatica radiocronaca dell’alluvione scuote l’Italia
La gestione dell’emergenza in quell’evento catastrofico, almeno nella sua parte iniziale, fu disastrosa. La città toscana e tanti centri minori rimasero in balia dell’esondazione, senza un adeguato preallarme, colti alla sprovvista. La Protezione civile nazionale ricorda come l’assenza di una rete di monitoraggio impedì di preannunciare con anticipo l’esondazione.
Una testimonianza di quanto accaduto il 4 novembre 1966 è la celebre radiocronaca del giornalista della RAI Marcello Giannini, che quel giorno si trovava nell’ufficio della radio in pieno centro a Firenze.
Per documentare quello che stava succedendo in città, avvicinò un microfono all’acqua da una finestra. Gli ascoltatori poterono sentire il rumore dell’acqua impetuosa che invadeva le strade e gli schianti delle automobili trascinate dalla corrente. Gli archivi RAI conservano la testimonianza di quel gesto, entrato nella storia del giornalismo italiano.
"Questo non è un fiume. È via Cerretani, è il cuore di Firenze invaso dall’acqua", disse il cronista per raccontare quanto stava vedendo.
Migliaia di giovani corrono a Firenze per aiutare: sono gli “Angeli del fango”
Il dopo alluvione fu segnato dall’enorme solidarietà alle popolazioni colpite, che arrivò soprattutto dai giovani. In moltissimi accorsero a Firenze da tutto il paese e da tutto il mondo, in modo volontario, per spalare via il fango dalle case e dalle cantine e aiutare nel difficile lavoro di recupero dei manoscritti della Biblioteca nazionale e delle opere d’arte.
Questi giovani vennero chiamati “Angeli del fango”. Le immagini della loro mobilitazione fecero il giro del mondo: già nel novembre 1966 la trasmissione RAI TV7 raccontò l’impegno dei volontari accorsi a Firenze.

Spesso erano gli stessi ragazzi che in tutta Italia iniziavano a partecipare alle contestazioni e alle ribellioni che sarebbero poi sfociate nel grande movimento del 1968.
L'Italia e il rischio idrogeologico
L’alluvione di Firenze del novembre 1966 non è stato certo l’unico evento catastrofico ad aver colpito l’Italia, un paese dove il rischio idrogeologico è altissimo e dove frane e alluvioni fanno ogni anno vittime e lasciano pesanti danni.
Inoltre, come ricordano le iscrizioni sui muri, Firenze era stata già colpita secoli prima da pesanti alluvioni, come quella del 1333. Tuttavia l’esondazione del 1966 contribuì a gettare le basi di un nuovo modo di affrontare la gestione del territorio.
In un paese che aveva conosciuto a partire dagli anni Cinquanta una crescita urbanistica spesso incontrollata, che non aveva tenuto adeguatamente conto delle zone di esondazione dei fiumi e degli equilibri naturali, non era cosa da poco.
Dopo Firenze 1966, i lenti passi avanti nella mitigazione del rischio idrogeologico
Si sarebbe dovuto aspettare però la fine degli anni Ottanta perché venissero istituite in Italia le Autorità di bacino, con i relativi Piani di bacino. Un passo avanti enorme nella gestione del territorio, che teneva finalmente conto dell’assetto dei bacini idrografici.
Ancora, dopo il 1998 si sarebbero fatti ulteriori passi avanti nella prevenzione e nella mitigazione del rischio idrogeologico, con l’accelerazione della pianificazione attraverso i Piani di assetto idrogeologico, i PAI.
Oggi, per conoscere le aree esposte alle alluvioni nel territorio fiorentino, un riferimento fondamentale è anche il Piano di gestione del rischio di alluvioni, il PGRA, dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Settentrionale.

Le sue mappe individuano aree a pericolosità elevata, media e bassa. La cartografia ufficiale deriva da studi e modellazioni idrologiche e idrauliche, integrati, in alcuni casi, da ricostruzioni storiche e analisi geomorfologiche.
Le targhe raccontano dove è arrivata l’acqua nel passato; le mappe aiutano a conoscere le aree che possono essere allagate. Questa conoscenza deve tradursi in scelte urbanistiche, interventi di prevenzione e preparazione alle emergenze.