Le città italiane sempre più esposte al rischio di alluvioni lampo, bisogna adottare nuove strategie
Il problema non risiede solo nella quantità di pioggia, ma nella sproporzione tra ciò che cade dal cielo, in spazi temporali molto ristretti, e ciò che la città è in grado di gestire.

Solo nei giorni scorsi in Italia si sono verificati diversi eventi precipitativi estremi che hanno coinvolto porzioni molto ristrette di territorio, dalla Toscana alla Sicilia, passando per la Calabria.
Nello spazio temporale di circa 2-3 ore in queste località sono caduti fino a oltre 100-150 mm di pioggia, con punte ben oltre i 200 mm. Stiamo parlando di quantitativi d’acqua estremi, in pratica più della pioggia che normalmente cade in questi luoghi in tutto il mese di novembre, in sole 2-3 ore.
E’ vero che l’autunno è la stagione dei fenomeni meteorologici estremi, ma oggi, rispetto al passato, questi eventi sono divenuti la piena normalità. Non più un’eccezione, ma normalità quotidiana.
Non più una semplice eccezione stagionale
Gli allagamenti non sono più un’eccezione stagionale, ma una minaccia strutturale che colpisce ormai ogni singola città del mondo. Anzi, con la loro particolare morfologia, le città italiane sono le più esposte al fenomeno degli allagamenti istantanei.

Il problema non risiede solo nella quantità di pioggia, ma nella sproporzione tra ciò che cade dal cielo e ciò che la città è in grado di gestire. Le reti fognarie e i sistemi di scolo urbano sono stati progettati decenni fa, quando le precipitazioni intense erano meno frequenti e meno violente.
Il cambiamento del regime pluviometrico
I criteri di dimensionamento si basavano su intensità pluviometriche medie tra i 20 e i 40 mm/h (intensità della pioggia basata si millimetri all’ora) per eventi brevi. Oggi, invece, si registrano picchi che superano i 100-150 mm/h, con concentrazioni d’acqua che in meno di un’ora equivalgono a un intero mese di pioggia media.
Per capire la portata del disallineamento, basta un calcolo semplice. Su una superficie urbana di 1.000 metri quadrati, equivalente di un isolato, una pioggia di 120 mm/h genera circa 33 litri di deflusso al secondo.
Una caditoia standard, anche perfettamente pulita, ne smaltisce al massimo 8-12 litri al secondo. Ne servirebbero almeno tre o quattro per ogni tratto di strada per evitare il ristagno, ma la densità reale delle griglie delle città oggi è molto inferiore.

E questo senza considerare che, in molti casi, i pozzetti sono ostruiti da spazzatura, detriti, foglie o sedimenti accumulati nel tempo. Il suolo, impermeabilizzato da cemento e asfalto non lascia spazio all’infiltrazione.
Anche interventi di pulizia straordinaria, fondamentali, non risolvono il problema strutturale, quando l’intensità supera di tre, quattro o cinque volte i valori di progetto, nessun tombino può fare miracoli.
Verso un clima sempre più estremo
Il Mediterraneo sta vivendo una progressiva estremizzazione del clima. I temporali più concentrati, celle convettive stazionarie, precipitazioni brevi ma devastanti. I dati pluviometrici storici su cui si basano le norme tecniche non sono più rappresentativi.
Per questo serve un cambio di paradigma. Non basta più intervenire dopo l’emergenza con pompe idrovore o sacchi di sabbia. Occorre ripensare l’intero sistema idrico urbano, attraverso criteri moderni e resilienti, adattati al nuovo regime pluviometrico.
A ciò bisogna aggiungere delle normative comunali ben più severe nel limitare l’impermeabilizzazione del suolo nelle nuove costruzioni, con l’installazione di sistemi di raccolta delle acque meteoriche negli edifici, incentivare la depavimentazione dove possibile.
Un problema che affligge tutte le città del mondo
Questo non è solo il problema di Milano, Roma e Napoli. Ma è un problema continentale e globale. Per ripensare a riprogettare il sistema di drenaggio urbano le amministrazioni comunali e le regioni devono coordinarsi in un piano integrato di lungo periodo, con finanziamenti dedicati e obiettivi misurabili.
Non si tratta di spese, ma di investimenti. Del resto ogni euro speso in prevenzione ne risparmia dieci in danni e ricostruzione. Altrimenti saranno guai, e costi ingenti, ad ogni temporale e acquazzone.
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