Alluvione Marche, i geologi: "rischi idrogeologici noti, serve prevenzione"

Come già avvenuto molte altre volte a seguito di alluvioni in Italia, dopo il disastro che ha colpito le Marche i geologi hanno ricordato che conosciamo bene il territorio e i rischi idrogeologici presenti. Manca la prevenzione, che ci permetterebbe di metterci al riparo evitando vittime e riducendo i danni.

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Nella foto, gli effetti dell'alluvione nel Messinese nell'autunno del 2009.

Per l'ennesima volta l'Italia è stata sconvolta negli ultimi giorni da un'alluvione che ha causato molte vittime, feriti e gravi danni. Stavolta sono state le Marche ad essere colpite, con un'alluvione che ha investito diversi centri della provincia di Ancona e di Pesaro-Urbino. Sono dodici le vittime, ancora un disperso.

Purtroppo, non è la prima volta che un evento meteorologico estremo come quello del 15 settembre scorso - 420 mm di pioggia caduti in poche ore - causa morti e danni in Italia. Dall'alluvione a Soverato del settembre 2000 fino all'alluvione di Livorno di cinque anni fa, passando per i disastri di Genova (2011 e 2014) e Messina (2009), è lunghissima la lista di eventi alluvionali con decine e decine di morti avvenuti nel paese.

I geologi: conosciamo il territorio da tempo, bisogna fare prevenzione

Come sempre dopo questi eventi catastrofici, i mezzi di comunicazione danno spazio alle parole di meteorologi e geologi. I primi, avvertono da ormai molti anni dell'intensificarsi di questi eventi meteo estremi. L'aumento di questi violenti fenomeni è da mettere in relazione al cambiamento climatico, e non dovrebbero quindi più essere considerati "eventi eccezionali", ma una "nuova normalità" climatica a cui dobbiamo purtroppo adattarci.

I geologi invece, ricordano da molti anni che conosciamo molto bene il nostro territorio e le sue criticità, e che quello che manca è la prevenzione, agire prima degli eventi e non dopo il disastro. Sappiamo bene quali aree sono soggette a esondazione lungo i corsi d'acqua, quali sono i fenomeni franosi attivi, conosciamo le aree dove c'è una elevata probabilità di terremoto. Tutto questo è il frutto di un lavoro di mappatura del territorio che va avanti da molti anni.

In Italia però, troppo frequentemente si agisce solo dopo il disastro, dopo un'alluvione, una frana o un terremoto. I geologi ricordano che conosciamo bene il territorio e i rischi geologici presenti, quello che manca è la prevenzione per evitare che producano vittime e danni.

Disponiamo da decenni di mappe geologiche che ci dicono quali sono le aree dove è maggiore la probabilità di inondazioni, frane, terremoti. In tema di alluvioni e frane, da decenni sono state istituite le Autorità di Bacino e ci sono numerosi strumenti che ci permetterebbero di agire sul territorio conoscendo le aree soggette a frane e alluvioni, come i Piani di Assetto Idrogeologico (che vennero inseriti già nel 1989, con una ulteriore spinta nel 1998 a seguito del disastro di Sarno e Quindici, con i piani stralcio).

Quello che manca, molto spesso, è la traduzione di queste mappe del rischio in azioni concrete, che abbiano come obiettivo prevenire i danni, evitare le vittime, evitare nuove sciagure. E tra i motivi di questa mancanza di prevenzione c'è una burocrazia molto lenta, rallentata dai troppi passaggi, ed il rimpallo di competenze tra i vari enti.

"Territorio fragile, stop consumo del suolo e miglior pianificazione"

I geologi avvisano dell'urgenza di una pianificazione urbanistica che prenda in considerazione i rischi presenti sul territorio, ma puntano anche il dito su un’urbanizzazione selvaggia: negli ultimi 50-60 anni, ricorda il Consigliere del Consiglio Nazionale dei Geologi (CNG) Paolo Spagna, in un intervento su GeologiTv, "la politica si è occupata di aspetti elettorali e non territoriali, l'espansione urbanistica è stata selvaggia, territori interi coperti da fabbricati, non si è tenuto conto delle criticità dei territori". Troppo spesso si costruisce qualcosa di nuovo invece di ristrutturare gli edifici già esistenti.

Con i cambiamenti climatici, inoltre, con eventi meteo estremi sempre più simili a quelli delle aree sahariane e non più mediterranei, gli alvei fluviali devono sopportare improvvise quantità di acqua che non riescono a smaltire, portando a esondazioni.

Se a questo si aggiunge la presenza di ponti con una luce troppo ridotta, fiumi tombati, canalizzazioni, costruzioni realizzate addirittura dentro l'alveo, un territorio reso impermeabile dall'eccessiva cementificazione, le conseguenze non possono che essere drammatiche. Servono quindi politiche più attente al territorio, mettere uno stop alla cementificazione del suolo, insistono i geologi.

Non solo colpa di eventi meteo estremi: fiumi tombati e case troppo vicine ai fiumi

Fabio Luino, geologo, coordinatore dell’Area Tematica “Dissesto Idrogeologico” della Società Italiana di Geologia Ambientale e ricercatore del Cnr, ha spiegato nei giorni scorsi ad Askanews che bisognerebbe concentrare l’attenzione "sull’aspetto peggiorativo dell’interferenza con ‘le nefandezze urbanistiche’ che emergono sempre il giorno dopo".

Il geologo punta il dito, ad esempio, sul fatto che a Cantiano, uno dei centri colpiti dall'ultima alluvione, il corso d’acqua principale sia stato parzialmente ‘tombato’ (cioè coperto), e sottolinea anche la presenza di un ponte a luce decisamente insufficiente a smaltire portate d'acqua ingenti, a monte del quale è presente un ponte ancora più basso. Una struttura realizzata dagli umani che costituisce praticamente uno sbarramento.

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In Italia il 91% dei Comuni è soggetto a elevato rischio idrogeologico.

Un altro geologo porta all'attenzione la grande quantità di detriti trasportati dal fiume Misa, il corso d'acqua che è esondato a Senigallia. Ingenti quantità di detriti, spiega il geologo, sono pericolose in caso di piena perché si accumulano sui ponti, formando dei tappi. Quando l'ostacolo viene superato dall'acqua, il fiume aumenta in velocità e altezza acquisendo una forza devastante. Serve quindi un'opera di manutenzione, con la rimozione dai fiumi dei detriti in eccesso. Altre situazioni che peggiorano il rischio alluvioni e che vanno monitorate sono gli effetti degli incendi, che lasciano versanti montuosi o collinari vulnerabili all'erosione delle piogge più violente, e l'abbandono delle campagne, dove la presenza agricola di un tempo garantiva la pulizia delle canalette, dei fossi, ma anche del sottobosco.

Oltre alla prevenzione, è importante che si costruisca una cultura del rischio

Importante poi che si costruisca una cultura del rischio in Italia, sottolinea il fisico del clima del Cnr Antonello Pasini, come avviene in Giappone dove fin da bambini si sa come comportarsi in caso di terremoto. In Italia, uno dei paesi dell'Europa dove è maggiore il rischio di alluvioni e frane, è prioritario sapere che durante eventi meteo estremi non si deve assolutamente sostare in luoghi ribassati, come garage, cantine, sottopassi, e bisogna spostarsi ai piani alti delle case, ricorda.

Manca quindi la prevenzione e la preparazione. Da decenni ormai le misure normative ci sono, ma si continuano a fare errori enormi con strutture costruite lungo i fiumi. La lentezza nell'attuazione dei progetti di mitigazione ha anche un altro effetto critico. Un progetto di prevenzione realizzato 10 anni fa potrebbe essere non più attuale perché sta cambiando il clima.

"Non possiamo evitare fenomeni estremi come gli oltre 400 millimetri di pioggia caduti in poche ore - ha spiegato ai media Piero Farabollini, presidente dell'Ordine dei Geologi delle Marche poche ore dopo il disastro - ma è in nostro potere evitare che i fiumi e i torrenti straripino in prossimità dei centri abitati" spiega.
E aggiunge che gli interventi necessari per mettere in sicurezza il territorio sono ben noti da tempo, ed i Geologi delle Marche avevano ribadito già da anni, anche dopo gli eventi del 2014 quando sempre a Senigallia il Misa era uscito dagli argini provocando la morte di tre persone, come ad esempio le vasche di laminazione che alleggeriscono l'impatto delle piene sul territorio.