Oltre 200 mm di pioggia e un fenomeno geologico antico hanno innescato la enorme frana in Molise
Il fronte di movimento ha superato i 4 chilometri, interrompendo l’autostrada A14, la statale 16 Adriatica e la linea ferroviaria adriatica tra Abruzzo e Molise.

Nella mattinata del 7 aprile 2026, nel territorio comunale di Petacciato, in provincia di Campobasso, si è riattivata una delle frane più estese e complesse d’Europa. Il fronte di movimento ha superato i 4 chilometri, interrompendo l’autostrada A14, la statale 16 Adriatica e la linea ferroviaria adriatica tra Abruzzo e Molise.
Circa una cinquantina di persone sono state evacuate per precauzione e numerose strade locali hanno riportato scarpate alte fino a un metro. L’evento è il risultato della combinazione tra piogge molto intense e un meccanismo geologico profondo, attivo da oltre un secolo.
Il ruolo delle piogge eccezionali
Nei giorni precedenti alla riattivazione, il ciclone Erminio ha scaricato sull’area tra basso Abruzzo e Molise accumuli pluviometrici superiori a 200 mm in pochi giorni, un volume equivalente a due o tre mesi di pioggia media primaverile.
Queste precipitazioni prolungate e intense hanno saturato il suolo e hanno alimentato la falda idrica profonda. L’acqua infiltratasi ha aumentato progressivamente la pressione interstiziale nei terreni, riducendo la resistenza al taglio lungo le superfici di scorrimento preesistenti.
L'ondata di maltempo che ha colpito il Molise riattiva la storica frana di Petacciato con un fronte lungo 4 km. Interrotto il traffico sulla A14 e la linea ferroviaria. Chiuse le scuole a Campobasso. pic.twitter.com/CR6ilZH28c
— Tg3 (@Tg3web) April 8, 2026
Non si è trattato di un semplice ruscellamento superficiale, ma di un caricamento idraulico che ha agito a decine di metri di profondità, destabilizzando un equilibrio, già precario da svariati decenni.
Un fenomeno geologico molto antico
La frana di Petacciato è un classico esempio di dissesto profondo della costa adriatica molisana, documentato scientificamente da oltre cent’anni e riattivato più di dieci volte nel solo Novecento. La sua genesi risale alle successioni sedimentarie plio-pleistoceniche che caratterizzano l’intera fascia costiera da Ancona a Termoli.
Dal punto di vista meccanico, si tratta di una frana composta in cui prevalgono movimenti di scivolamento rotazionale o traslazionale lungo superfici di rottura profonde. I materiali superiori, conglomerati e depositi sabbiosi, poggiano su livelli argillosi sottostanti che, una volta saturi, si comportano come un vero e proprio piano di scivolamento.

L’argilla, sottoposta a rammollimento progressivo, perde resistenza al taglio, mentre l’aumento della pressione dell’acqua nei pori riduce la tensione efficace e lubrifica le superfici di discontinuità preesistenti.
Perché queste riattivazioni periodiche?
Questi fenomeni sono molto sensibili a periodi prolungati di saturazione. Le argille plio-pleistoceniche della fascia adriatica sono tra i terreni più critici dal punto di vista idrogeologico, poiché assorbono acqua, perdono coesione e sviluppano piani di debolezza naturali.
Quando la falda si innalza si innesca un circolo vizioso che tende a far muovere l’intera frana. Il monitoraggio satellitare e in situ ha permesso di seguire l’evoluzione del fenomeno con precisione.
La riattivazione del 7 aprile 2026 conferma quanto già osservato in passato. Ossia che non è la singola pioggia torrenziale a far muovere la massa, ma l’accumulo idrico prolungato che porta il sistema oltre la soglia di stabilità.
Non perderti le ultime novità di Meteored e goditi tutti i nostri contenuti su Google Discover, completamente GRATIS
+ Segui Meteored