Quando le Alpi rimasero marroni e senza neve: la grande siccità invernale di fine anni 1980 torna a minacciare l’Italia?

Alpi brulle e senza neve, fiumi in secca straordinaria, nebbia fitta e smog soffocante nelle città per mesi e mesi. Questo fu lo scenario inaspettato per allora dell’inverno 1988/89. Ripercorriamo la meteostoria di quello che fu un segnale e monito dei cambiamenti climatici. Si ripeteranno condizioni simili?

< Una triste striscia di neve artificiale in mezzo a montagne secche e senza innevamento naturale. Questa foto è eloquente di quello che furono gli inverni 1988/89 e 1989/90, situazione che poi si è ripetuta più volte.
< Una triste striscia di neve artificiale in mezzo a montagne secche e senza innevamento naturale. Questa foto è eloquente di quello che furono gli inverni 1988/89 e 1989/90, situazione che poi si è ripetuta più volte.

Era la fine degli anni 1980, si veniva da inverni freddi e nevosi, basti pensare allo storico gelido gennaio 1985. Nell’inverno 1988/89, tutti si aspettavano tanta neve sia in pianura che in montagna ma la speranza andò delusa. Un inverno di straordinaria siccità colpì in particolare il nord, ma anche al centro sud le piogge furono scarse. Da inizio dicembre a fine gennaio non si vide un fiocco di neve in molte valli alpine, l’anticiclone causò picchi di smog prolungati nelle città, la campagna era in difficoltà con le semine.

Fu quello forse uno dei primi segnali dei cambiamenti climatici, e l’anno dopo sia pure in modo meno estremo ci fu un bis. Poi altri inverni asciutti arriveranno poi negli anni 1990 e soprattutto in questo inizio del XXI secolo.

Ecco cosa è successo, le cause e i rischi di un bis anche in condizioni peggiori di quegli eventi

Inverno 1988–89: un caso estremo di siccità nevosa e idrica

Quasi nessuna perturbazione transitò sull’Italia da dicembre a fine febbraio. A Milano, dopo le precipitazioni dell’1-2 dicembre 1988, la pioggia mancò fino al 22 gennaio successivo, ma quel giorno la perturbazione fu debole, portò solo 4-5 mm di pioggia. La prima vera perturbazione arrivò solo a fine febbbraio.

Sulle Alpi questa siccità causò una carenza di neve mai vista, la neve mancava anche a quote alte. A Cortina d’Ampezzo non cadde neve dal 3 dicembre al 22 febbraio. Leggermente meglio andò in Val d’Aosta, ma la situazione fu complicata per il turismo invernale, a quel tempo erano poche infatti le stazioni da sci dotate di innevamento artificiale.

Al Centro-Sud la situazione fu meno drammatica rispetto al nord, ma comunque segnata da una marcata siccità: poche piogge e assenza di neve anche sull’Appennino centro-settentrionale, solo qualche perturbazione riuscì a raggiungere il Sud nel bordo meridionale dell’anticiclone tra dicembre e febbraio.

Quell’inverno fu anche straordinariamente mite, e fece notizia come inverno più caldo, ma varie volte quel record fu poi superato da altri inverni tiepidi a causa del galoppare dei cambiamenti climatico.

Le cause: anticicloni e NAO positiva

L’inverno 1988/89 fu caratterizzato da una anomala persistenza di NAO fortemente positiva e arrivava dopo un lungo e intenso periodo di El Niño. Il Jet stream polare rimase zonale e alto di latitudine, mai si presentò un blocco scandinavo o uno stratwarming, latitante l’aria fredda polare e del tutto assente quella artica.

Dal punto di vista sinottico in superficie dominarono grandi anticicloni subtropicali, con valori barici anche da record. Ai primi di gennaio 1989 un vasto massimo di oltre 1040 hPa avvolge tutto il nord Italia. Malgrado un blando cedimento attorno all’epifania, la debole perturbazione fu quasi priva di effetti nevosi sulle Alpi.

L’anticiclone sembra poi dare segni di cedimento, ma a metà mese torna un anomalo massimo di oltre 1040 hPa fra la Francia e le Alpi. Il 22 gennaio 1989 una blanda depressione riesce a fare breccia, fece notizia nei media la neve a Courmayer, ma le Alpi centro orientali restarono senza fiocchi.

Una "snow farm", fattoria della neve: immagazzinare la neve e conservarla sotto appositi teloni può essere una tecnica alternativa alla neve artificiale per sopperire a inverni di siccità nevosa. Anche questa tecnica però presenta dei limiti sia economici che pratici, nonchè resta condizionata da aspetti meteo.
Una "snow farm", fattoria della neve: immagazzinare la neve e conservarla sotto appositi teloni può essere una tecnica alternativa alla neve artificiale per sopperire a inverni di siccità nevosa. Anche questa tecnica però presenta dei limiti sia economici che pratici, nonchè resta condizionata da aspetti meteo.

Solo un mese dopo la situazione si sbloccò quando grazie a un vasto profondo ciclone extratropicale sul Regno Unito tornano le perturbazioni. Per opposto la pressione crollò a valori bassissimi, quasi storici, il 26 febbraio 1989 sulla Liguria si avrà un’isobara di 975 hPa.

Gli altri inverni di siccità nevosa

L’inverno 1989–90 fu meno estremo del precedente, ma ancora siccitoso anomalo: al Nord persistevano la quasi totale assenza di neve, ma l’aria più fredda e forti inversioni termiche portarono a lunghi periodi di nebbia brinosa con galaverna e aria inquinata. Al Centro sud i deboli passaggi perturbati portavano scarsi effetti e un Appennino poco innevato.

Guardando al passato, inverni simili ma non così estremi si ebbero nel 1953–54, nel 1972–73 e nel 1975–76, tutti caratterizzati da scarse precipitazioni e Alpi quasi prive di neve. Nel XXI secolo questi episodi si sono ripetuti varie volte, dall’inverno “senza inverno” del 2006–07 ai periodi secchi del 2015–16 e 2016–17, fino alle annate recenti 2021–22 e 2022–23, con un manto nevoso molto ridotto e gravissime ripercussioni per ghiacciai e risorse idriche.

Si ripeteranno in futuro o già un questo inverno?

La risposta è si, anche se l’avvio zoppicante di questo inverno nulla implica per i mesi di gennaio e febbraio 2026.

Non è questione di se ma di quando, il bis del 1988/89 arriverà, magari anche peggiore: i cambiamenti climatici sono ormai una nuova normalità. Ora poi le temperature invernali sono mediamente più alte di allora e in caso di lunghi anticicloni spesso è già capitato che anche gli impianti di produzione neve artificiali siano entrati in crisi.

Gli squilibri fra polo nord ed equatore poi cambiano anche la circolazione generale dell’atmosfera e il colpo di frusta fra opposte situazioni di siccità e di piogge estreme si è visto in particolare quando dalla siccità 2022/23 si è improvvisamente passate a grandi alluvioni come in Romagna.